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Omicidio di Irina, fissata l’udienza di appello
Il difensore di Sergio Bertini chiede la scarcerazione: «Non era capace di intendere e volere»
GROSSETO. Sergio Bertini, il tecnico informatico condannato a trent’anni di carcere dal giudice per l’udienza preliminare Valeria Montesarchio, è in carcere a Massa Carrara. La pena che deve scontare è lunghissima. Per questo il suo avvocato, Tommaso Galletti, aveva presentato ricorso in appello contro quella sentenza e l’udienza è stata fissata per il due marzo alla corte d’assise d’Appello di Firenze.
Un appello, quello del difensore dell’uomo che ha ucciso la sua compagna, Irina Meyntser, che si fonda principalmente su quello che è emerso nella perizia psichiatrica alla quale il tecnico informatico si è sottoposto: Bertini non sarebbe, per la difesa, capace di intendere e volere. E questo costituirebbe proprio il difetto di imputabilità nei confronti dell’uomo che ha ucciso Irina strozzandola prima di far sparire il suo cadavere gettandolo in un dirupo all’Argentario. La ricostruzione che emerge dalla perizia, infatti, è ben differente da quella che si trova nella motivazione della sentenza di condanna.
Una ricostruzione che si basa su un quadro psicopatologico ben delineato che spiega come Sergio Bertini, quella sera in quell’appartamento in via Ansedonia, non avrebbe potuto affrontare uno stress come quello al quale era stato sottoposto. Irina voleva andarsene da quella casa. E questo ha scatenato nell’uomo una rabbia incontrollabile che si è poi trasformata in quello stringere le mani attorno al collo della donna fino a soffocarla. Nell’appello Tommaso Galletti ha chiesto anche la derubricazione del reato da premeditato a preterintenzionale, ma soprattutto ha chiesto che venga rivista l’aggravante dell’abuso di relazioni tra i due. Il fatto che fossero conviventi non sarebbe stato un vantaggio per Bertini. Se avesse voluto agire con premeditazione probabilmente avrebbe portato Irina fuori casa prima di ucciderla. Diversa la ricostruzione fatta dal giudice Valeria Montesarchio nelle motivazioni della sentenza. Ad uccidere la donna non è stato un folle, secondo il giudice, non è stato un uomo che non era capace di intendere e volere.
Francesca Gori
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