Il Tirreno

Grosseto

Il pluviometro di Roccastrada compie 100 anni

di Gabriele Baldanzi
Il pluviometro di Roccastrada compie 100 anni

Tra le prime stazioni meteo installate in Italia servì a prevedere la mega frana del 1969

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ROCCASTRADA. Il 1° gennaio 1916 a Roccastrada, sulla terrazza del palazzo comunale, fu installata una delle prime stazioni pluviometriche d’Italia. Dopodomani la ricorrenza passerà quasi inosservata. Eppure i cento anni del pluviometro non sono un compleanno insignificante, perché a questo strumento si legano, nel bene e nel male, la storia e le sorti del capoluogo dell'Alta Maremma.

La stazione meteo di Roccastrada già cento anni fa rappresentava un gioiello di tecnologia (si fa per dire): un imbuto e un recipiente graduato che ogni giorno piovoso doveva essere controllato da un dipendente comunale, per riportare poi le tacche di pioggia su una tabellina che spediva per posta ogni mese al Genio Civile. Roccastrada, in realtà, era monitorata fin dal 1907 a causa di una mega frana, esorcizzata dai roccastradini col termine dialettale locale di “dilombo” , che da tempi immemorabili fa scivolare il paese verso valle. Nel 1915 un decreto regio inserì Roccastrada tra i “paesi da trasferire” e per ulteriori accertamenti si stabilì che qui fosse installato un pluviometro, uno dei primi in Toscana.

Nel gennaio del 1916, con il sindaco repubblicano Luciano Fulceri, partirono quindi le prime osservazioni. I roccastradini - tra il 1916 e il 1918 – ebbero così due bollettini da seguire: quello di guerra e quello del nuovo pluviometro. Ambedue preoccupanti. Con l'istituzione del Servizio idrografico nazionale, nel 1917, i dati del pluviometro di Roccastrada iniziarono a essere inviati agli uffici dello Stato, a Pisa. Da allora il pluviometro fu promosso a vera e propria “sentinella del dilombo”, campanello d'allarme in caso di alluvioni per la Maremma. Nel 1921 un altro decreto regio, più favorevole di quello del 1915, rinuncia a trasferire subito l'abitato e mette in carico allo Stato il consolidamento del paese. Il pluviometro diventa una sorta di Madonnina. Quando piove la gente va in comune a chiedere quanta acqua è caduta. L’equazione da risolvere è semplice: più pioggia uguale più frana. E i dati li fornisce implacabilmente lui. Durante la seconda guerra, nel 1941, il pluviometro si rompe. I soldi per ripararlo non ci sono. Cessano così le osservazioni fino al 1944, quando le mine tedesche fanno saltare in aria, col pluviometro ormai ridotto a ferraglia, anche mezzo palazzo comunale. Nel dopoguerra c’è da ricostruire il paese bombardato e all’equazione pioggia-frana si ricomincerà a pensare solo dopo il 1950. Nel 1951 arriva in paese un pluviografo moderno, con scrittura a penna in automatico su foglio millimetrato. Ogni settimana viene staccato il tagliando e riprende l'invio all'Ufficio “Fiumi e fossi” sul Lungarno Pisano. Nel 1969 il pluviometro raggiunge il top della sua utilità. Sforna implacabile quei dati che determinano inesorabilmente la mega frana. In una piovigginosa mattinata di marzo avviene l'evacuazione di centinaia di famiglie roccastradine. Mezzo paese viene abbandonato.

Oggi il vecchio pluviometro a strisce di carta non c’è più. Era un cimelio storico che Remo Fabbri, dipendente comunale, trattava con grande cura: ogni settimana raccoglieva i dati aprendo lo sportello rugginoso e srotolando con perizia il cilindro di carta millimetrata segnato da picchi azzurri che comunicavano i risultati. «Dal 1951 a oggi – racconta l’ingegner Mario Amerini, altro appassionato di storia locale e meteorologia - sono stati sfornati ben due chilometri di carta con i dati pluviometrici roccastradini».

Prima di Fabbri era stato Walter Barberini a occuparsi del pluviometro, mentre un altro paesano, Fernando Santoni, ha sempre ri-elaborato quei dati, trasformandoli in statistiche e tabelle. Il record? I 364 mm di pioggia rilevati nel mese di novembre del fatidico 1966, quando Grosseto andò sott’acqua.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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