Gioco
Contestati gli orari di quel 4 novembre 2013
GROSSETO. Non chiedete ad Antonino Bilella di essere preciso sugli orari: non è sua abitudine portare l'orologio. Anzi, dichiara senza problemi di arrivare con almeno mezz'ora di ritardo agli...
GROSSETO. Non chiedete ad Antonino Bilella di essere preciso sugli orari: non è sua abitudine portare l'orologio. Anzi, dichiara senza problemi di arrivare con almeno mezz'ora di ritardo agli appuntamenti. E non legge l'orario nemmeno dal cellulare, visto che - ancora per sua ammissione - lo lascia a casa, in cucina, o nell'auto quando si sposta. Così tutto quello che il sostituto procuratore Salvatore Ferraro gli contesta in termini di orari, e soprattutto su quel 4 novembre 2013 giorno della scomparsa di Francesca Benetti, non trova che risposte vaghe, e spesso contraddittorie rispetto a quanto dichiarato dall'agricoltore interrogato il 23 gennaio 2014.
Se l'accusa voleva stringere sull'ultimo momento in cui Antonino aveva visto Francesca, l'imputato dichiara candidamente di non sapere orientarsi. Aveva detto 12/12.30, quasi due anni fa: oggi ritiene possibile - di fronte alla contestazione della Procura - che possa essersi trattato di qualche minuto dopo le 11.45, orario in cui ricevette la telefonata dell'escavatorista che chiedeva il permesso di entrare nella proprietà per quei lavori di sistemazione idraulica necessari a evitare alluvioni nelle proprietà adiacenti a Villa Adua. Chiese il permesso alla Benetti, visto che ce l'aveva lì, visto che aveva detto che era andata via dopo le 12? chiede Ferraro: «No, la signora era già andata via. E mi presi io la responsabilità di farlo entrare. Lo richiamai poco dopo». Poco dopo? Ferraro estrae il tabulato e ribatte: «Alle 12.49, un'ora e 4 minuti dopo». Bilella incassa, si stringe tra le spalle, ma resta fermo sulla sua linea: sugli orari non sono preciso.
Ricorda, ricostruisce, mette in sequenza. Ma sui tempi non è di alcun conforto. E invece i tempi interessano eccome alla Procura. Perché tutto si gioca su quell'ora, due forse, in cui si sono perse le tracce di Francesca, che era andata a Villa Adua per scattare delle foto relative alle zone interessate dall’alluvione; l’aveva aiutata a spostare un bidone di olio in casa, poi era tornato al suo lavoro, poi era tornato verso l’entrata della tenuta. «Io non so dove sia andata. Mi ricordo di aver visto l'auto andare via e girare verso Follonica: io stavo tornando a casa dopo essere stato nella stalla».
La Procura chiede spiegazioni sul suo sangue in casa Benetti («Non so, forse ho perso sangue quando ho rimesso a posto le sedie, le macchie erano lì, no? Mi ero tagliato pulendo il pesce quando era venuto il figlio, ad agosto credo: le sedie sono rimaste fuori a lungo»), sul sangue di Francesca nell’auto di lui («Non lo so, l’auto era posteggiata davanti casa, sempre aperta: non so chi ce l’abbia messo»), sulla Corsa di Francesca («mai né aperta né chiusa»), sulla rottamazione della Punto («non avevo tempo per farla ad Asti, l’andai a prendere in treno partendo alle 9, a mezzanotte ero già tornato»), sul pianale rimosso dalla Punto stessa («mi serviva per le galline»).
E perché si era poi sbarazzato di quel pianale? «Mori (il luogotenente dei carabinieri, ndr) mi aveva mangiato come un mastino napoletano quando seppe che avevo rottamato l’auto. Io ero confuso. Andando dal mio amico Lido, da Follonica, lo presi a casa e lo buttai per la strada: ero spaventato. Non ho niente da nascondere e nemmeno oggi». Ma perché buttò il pianale a 40 km da casa? Perché non lo consegnò ai carabinieri, visto che non aveva nulla da nascondere? «Ero spaventato. La mattina Mori mi aveva preso per la giacca». (p.s.)
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