Attenzione
Vendita delle polveri di pirite, decide il Tar
La Solmine ha presentato ricorso contro la classificazione del materiale da parte della Provincia
SCARLINO. Il nocciolo della questione è la definizione da dare a questi materiali. Rifiuto? O sottoprodotto? Due etichette diverse che aprono due scenari altrettanto differenti, soprattutto dal punto di vista dello smaltimento e di quello economico. A dare un nome preciso alle ceneri di pirite prodotte dalla Nuova Solmine ci penserà adesso un giudice, visto che la Provincia ha bocciato la richiesta della società di poter usufruire delle stesse come sottoprodotto: una decisione che trova in totale disaccordo il privato, che ha impugnato il parere della commissione tecnica di fronte al Tar.
Il punto infatti sta proprio qui: se le consideriamo come un rifiuto, un'azienda può riutilizzare (o vendere) le ceneri di pirite per un massimo di quindicimila tonnellate all'anno; invece, se considerate come sottoprodotto, il limite si alza notevolmente. La vendita (soprattutto a cementifici) delle ceneri da parte della Solmine va tuttora avanti, in piena regola con le autorizzazioni in suo possesso. Ma se fino a qualche anno fa queste vendite si aggiravano intorno alle centoventi mila tonnellate all'anno, oggi c'è un limite ben più basso da dover rispettare. Effetto delle nuove leggi in materia, che portano ad utilizzare un prodotto in un modo o in un altro a seconda della sua classificazione. La richiesta della società alla Provincia di poter gestire le ceneri di pirite come sottoprodotto mirava appunto a rimettere ordine nella sua produzione in modo da per poter riportare in commercio questi materiali, trovando in questo sistema anche un metodo di smaltimento. Viene così convocata la conferenza dei servizi e parte tutto un lungo procedimento, che si è concluso nella prima parte del 2015 con il parere negativo alla richiesta dell’azienda scarlinese, basato in vari punti tra cui la classificazione come «rifiuto» delle ceneri: così le ha definite il tecnico della Provincia. Il privato invece è del parere opposto e ha impugnato la delibera dell’amministrazione passando la palla al giudice. La questione della classificazione per la Solmine ha una lunga storia: inizia con il decreto Rocchi, quando c’era il sospetto che le ceneri potessero passare da sottoprodotto a rifiuto; la società allora chiese alla stessa Provincia l’autorizzazione in semplificata per poter continuare a gestire il commercio dei materiali prima che cambiasse il quadro normativo. La Provincia diede l’ok, ma Ronchi spiazza tutti, stabilendo che i mercuriali che hanno mercato continueranno ad avere le stesse caratteristiche. Insomma, vendute o smaltite, l’importante è che spariscano. Arriviamo così al rilascio dell’Aia nel 2010, che definisce le ceneri un «rifiuto». (a.f.)
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