Sicurezza
Gwyneth Paltrow sceglie l’oro verde maremmano
Anche i produttori locali sono preoccupati per la concorrenza dalla Spagna ma ci sono casi vincenti come quello di Armando Manni. La sfida per il futuro
GROSSETO. Moraiolo, leccino, pendolino, frantoio, le varietà di olive sono centinaia e l’azienda sperimentale di Santa Paolina a Follonica, centro dell’Istituto per la Valorizzazione del Legno e delle Specie Arboree del Consiglio Nazionale delle Ricerche, conserva nei suoi terreni una delle più importanti collezioni varietali al mondo.
Ieri, giorno del Santa Polina Day, si è parlato di biodiversità ricerca e innovazione, ma anche di produzione e qualità, perché l’olio extravergine di oliva, eccellenza del nostro territorio, nonostante la sua meritata fama, sta perdendo quote nel mercato internazionale.
Infatti, mentre la produzione di olio di oliva a livello mondiale è in costante crescita, l’Italia – incredibilmente, se gettiamo un occhio in Maremma e alle sue distese di oliveti – resta indietro e, a fronte di più di un milione di tonnellate di olio prodotte dalla Spagna nel 2013, il nostro paese è fermo a quattrocentomila e la quota continua a scendere.
Allo stesso tempo, dato ancora più preoccupante, si verifica la necessità di dover acquistare olio da altri paesi per andare incontro alla domanda interna. E quali garanzie ci sono? L’olio che arriva da Oltralpe ha gli stessi requisiti di quello del Balpaese? (Resta da capire ad esempio se è confrontabile anche da un punto di vista commerciale).
Ma come rispondere alla produzione super intensiva dei paesi concorrenti? A questa domanda hanno risposto gli imprenditori di aziende leader del settore e i ricercatori del Cnr, come Claudio Cantini che nel suo intervento ha parlato dell’importanza della biodiversità «contrapposta alla produzione intensa dei nostri concorrenti che non puntano sulla qualità del prodotto ma piuttosto sulla quantità» il quale aggiunge che «anche la disinformazione gioca un ruolo fondamentale, le persone dovrebbero chiedersi perché al supermercato trovano oli, magari anche extravergini, a pochi euro e altri a prezzi molto più alti».
Al convegno è intervenuto anche Armando Manni, mosca bianca dei produttori d’olio che, nelle sue terre a Seggiano, con una bassissima produzione di circa tremila litri, ha conquistato il mercato inglese e americano, riuscendo a vendere il suo oro giallo addirittura a duecento euro al litro. «Un’operazione fondamentale è la comunicazione – dice – e far conoscere il prodotto è tutto. Gwyneth Paltrow fa i massaggi con il mio olio e poi scrive sul suo blog che è l’olio più buono del mondo. Credete che l’attrice sia un’esperta di olio? Assolutamente no, ma questo è un canale di comunicazione grandissimo».
Altro punto sul quale è stato dibattuto molto è la vendita di varietà di olive italiane, i vivaisti italiani, infatti, stanno cercando nuovi mercati all’estero e, al prezzo di cinque euro a pianta, stanno creando nuovi oliveti in Cina e Giappone. Il clima lo permette e insieme alle piante si vendono anche le competenze, così da rendere i nuovi produttori autonomi; cosa che di certo non aiuta il mercato nazionale.
Ma la strada da seguire sembra esserci, forse è poco nota agli operatori, tant’è che spesso non viene seguita; ne ha parlato Mauro Centritto, direttore del Cnr-Ivalsa: «In Italia non possiamo seguire il modello spagnolo, ma dobbiamo puntare sull’elevata qualità, frutto della nostra storia e del nostro territorio, e sulla nostra biodiversità. Noi dobbiamo far leva sulle proprietà nutrizionali, ovvero sulla qualità superiore, dell’olio extra-vergine d’oliva Italiano. E dobbiamo ricostruire una cultura dell’olio partendo dal basso».
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