Idea, uno sportello lavoro per far fuori il caporalato
È l’idea di Cgil per favorire l’incontro (legale) tra domanda e offerta in agricoltura Renzetti: «Ecco la nostra proposta al Prefetto Manzone e al sindaco Bonifazi»
GROSSETO. Macché denunce, macché blitz delle forze dell’ordine e degli ispettori del lavoro. Per mettere ko i caporali basta togliere da sotto il loro naso la materia prima: le braccia. I controlli ci vogliono ma non sono la soluzione per mettere fuori gioco i caporali: il fenomeno ha radici profonde nei terreni agricoli maremmani e assicura convenienze a più livelli per sperare che basti la repressione perché si veda spuntare bandiera bianca. La pensa così Claudio Renzetti, segretario generale della Camera del Lavoro grossetana, che tira le somme a qualche giorno da un convegno organizzato alla Fondazione del Sole proprio su questo tema. Renzetti sta per inviare una comunicazione scritta al prefetto Anna Maria Manzone e a Emilio Bonifazi, sindaco del comune numero uno della Maremma. Tra altre proposte ne farà una: aprire uno Sportello Lavoro – pubblico – dedicato all’impiego nel settore agricolo. Sul modello di quello di Eboli. E così si toglierebbero “le braccia” dal nero.
Modello Eboli. È stato il comune di Eboli ad aprire il primo sportello in Italia per combattere il caporalato. Era la fine del 2013 e gli addetti ai lavori sostengono che ha dato dei buoni risultati. Ecco come si sono mossi i campani. L’assessorato alle attività produttive di Eboli ha sollecitato la firma di un protocollo d’intesa tra Comune, Flai-Cgil, Fai-Cisl, Uila-Uil e Coldiretti, Cia, Confagricoltura, più Centro per l’Impiego (Cpi).
Come funziona. Il personale dello Sportello riceve le richieste di impiego inviate dai datori di lavoro: imprenditori agricoli, coltivatori diretti proprietari di terra. E, al contempo, dà udienza ai braccianti e agli operai agricoli che intendono iscriversi per candidarsi ad un’offerta. Quando l’imprenditore assume, comunica l’avvio del rapporto di lavoro al Cpi. Senza togliere merito a nessuno, non c’è nulla di straordinario in ciò che ha fatto il comune di Eboli. I Cpi sono nati con l’obiettivo di favorire l’incrocio tra domanda e offerta: in tutti i settori dell'economia, agricoltura compresa. Il problema è che gli immigrati – vittime e anello strategico della catena –non si recano ai Cpi: il caporale arriva prima, è lui che li cerca, tant’è che talvolta l’abboccamento avviene nei pressi del Centro di accoglienza. E poi al mattino li va a prendere anche sotto casa pur di farli arrivare a destinazione, o li mette nelle mani di un autista con Suv o pulmino che li scarrozza, dietro pagamento di pedaggio e con l’offerta di un panino con obbligo di acquisto.
I dubbi. I Cpi non sono mai stati l’antidoto contro la disoccupazione. Poche le risorse, poco il personale. E soprattutto, poche le offerte di lavoro che riescono a maneggiare e, di conseguenza, ad assegnare. Perchè? Anche perché le offerte in molti settori scarseggiano causa crisi. Qui e nel caso dell’agricoltura sarebbe diverso: in Maremma ci sono oltre 20.000 ettari di terreni coltivabili, a cui si aggiungono 72.000 ettari di bosco “annessi” alle imprese agricole, che in tutta la provincia sono circa 4.000. Di lavoro da qui ne può uscire o no? Forse, davvero, potrebbe bastare portarlo alla luce del sole. Sempre che tutti – tutti – siano d’accordo.
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