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Cinque cani morti avvelenati Un allevatore sotto accusa

ROCCALBEGNA. Cinque cani avvelenati e un giallo: a chi appartenevano le pecore con le cui interiora sono stati confezionati i bocconi mortali? Servirà un esperto di genetica per cercare di stabilire...

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ROCCALBEGNA. Cinque cani avvelenati e un giallo: a chi appartenevano le pecore con le cui interiora sono stati confezionati i bocconi mortali? Servirà un esperto di genetica per cercare di stabilire - se ancora possibile - a quale gregge si possa fare riferimento e, soprattutto, se quel dna possa essere davvero collegato all'imputato del processo in corso davanti al Tribunale di Grosseto. Sotto accusa c'è Aldo Zamperini, 45 anni, allevatore di Roccalbegna abitante a Montorgiali. La Procura sospetta che sia stato lui a utilizzare le esche avvelenate, sospetta che sia stato lui a causare la morte di due cani pastore di Giacomo Franceschelli (il 30 settembre 2010), di un setter di Alessandro Fazzi (il 6 novembre successivo) e di due cuccioli di pastore maremmano sempre di proprietà di Franceschelli (il 21 novembre): questi ultimi erano due piccoli di nemmeno quaranta giorni di vita, custoditi in un recinto. In quei giorni la vicenda aveva tenuto banco anche sulle cronache. Il sindaco di Roccalbegna aveva anche emesso un'ordinanza cautelativa per la zona di Capanne. I proprietari dei cani si sono costituiti parte civile nel processo, attraverso l'avvocato Elena Pellegrini, lamentando un danno da alcune migliaia di euro. Lo stesso Franceschelli, intervistato, aveva ricordato che quegli animali erano un piccolo patrimonio, perché allevati con lo scopo di sorvegliare le greggi.

A Zamperini la polizia provinciale era arrivata dopo le analisi effettuate dall'Istituto zooprofilattico di Rieti. Gli esperti avevano rilevato innanzi tutto che i bocconi erano stati preparati con budella di agnello, contenenti o solo stricnina oppure stricnina con metaldeide. Queste considerazioni avevano indotto il sostituto procuratore Salvatore Ferraro a ipotizzare che solo chi aveva un allevamento ovino poteva avere la disponibilità di interiora fresche. E così aveva disposto perquisizioni in tre allevamenti, opportunamente scelti, per cercare i riscontri di compatibilità con il dna ricavato dai reperti sotto sequestro. L'Istituto zoo profilattico aveva rilevato a questo proposito una parentela di secondo-terzo grado tra le esche avvelenate e i tre arieti di proprietà di Zamperini, nonché una parentela di secondo-terzo e quarto grado tra le esche e sette pecore di quello stesso allevamento. Nessun altro collegamento era stato invece rilevato con gli esemplari degli altri due allevamenti perquisiti. Così era stato disposto il rinvio a giudizio di Zamperini per l'uccisione di quegli animali.

Ma il difensore dell'allevatore, l'avvocato Claudio Ciri, ha incaricato un proprio esperto, il genetista Gustavo Caldora: questi ha sostenuto che i risultati sono carenti di dati e soprattutto che gli esami non sono ripetibili poiché i campioni sono stati distrutti. Così il giudice Giovanni Puliatti ha incaricato un perito, la dottoressa Elena Pilli, perché venga fatta luce - appunto se ancora possibile - sul caso. L'esperta potrà solo dare risposte sule metodologie seguite dagli esperti di parte, poiché i campioni non sono più disponibili. E sono mancanti gli elettroferogrammi, da cui si può individuare la compatibilità. I risultati alla prossima udienza, a fine febbraio.(p.s.)

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