Il Tirreno

Grosseto

Quegli adorabili Briganti

di PAOLO NARDINI
Quegli adorabili Briganti

Il coro più giovane di Maremma fra tradizione e messaggio politico

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di PAOLO NARDINI

Se ancora ci fosse qualcuno ancora convinto che cantare il Maggio, girare per poderi a far la questua, celebrare la Befana con stornelli e focarazze, coltivare la memoria della società contadina, delle fatiche dei minatori, delle lotte per il lavoro, la libertà e i diritti siano tutte cose “da vecchi”, beh questo qualcuno non ha sicuramente fatto i conti con i Briganti di Maremma.

Nel panorama della musica di tradizione popolare nella nostra provincia i Briganti sono uno dei gruppi più giovani. In tutti i sensi. Non solo, infatti, perché il gruppo si è formato appena sei anni fa, lieto evento tanto unico quanto significativo in apertura di Terzo millennio; ma anche e soprattutto per l’anagrafica dei suoi componenti, ancora oggi in gran parte under 40 per un’età media di gran lunga inferiore a quella degli altri cori e delle altre squadre.

Alcuni di questi “ragazzi” avevano già fatto esperienza in altri cori di musica popolare, come il Gruppo folkloristico San Rocco. Ma – e questo è un altro aspetto molto interessante – la forza dei Briganti sta nella capacità di restare solidamente agganciati alle radici e alla lezione dei “padri”, proiettandosi al tempo stesso verso il futuro. Il tutto grazie a una ricerca costante che non si limita al campo della musica popolare, ma si rivolge alle tradizioni popolari intese in senso ampio e senza timori reverenziali quando in queste tradizioni bisogna mettere il sangue della modernità. Come racconta e spiega Gianmarco Bragagni detto Gipo, una delle colonne del gruppo.

Quale è il repertorio principale del gruppo?

«Del nostro repertorio – dice Bragagni – fanno parte canzoni della tradizione popolare maremmana e toscana, canzoni legate alla Resistenza e altre che abbiamo scritto noi. Abbiamo fatto la nostra prima uscita pubblica al Raduno dei gruppi del Maggio di Braccagni nel 2009, con i brani del Maggio e della tradizione».

Cos’è che vi unisce?

«Sostanzialmente l’entusiasmo e la voglia di stare insieme. E poi anche la soddisfazione di essere riusciti in poche settimane a mettere su un gruppo e un intero repertorio. All’inizio eravamo in pochi, ma siamo cresciuti rapidamente di numero».

Il gruppo non si occupa solo di musica…

«Dire musica e basta mi sembra riduttivo: su questo versante penso che si potrebbe parlare di spettacolo, in senso più ampio. Abbiamo preso iniziative come “Maremma che Befana!” che è un intervento culturale per la città di Grosseto. Certe iniziative, come appunto la Befanata, non sono così radicate nella città, e Grosseto ne rimaneva esclusa. Noi l’abbiamo voluta riportare dentro le mura. E tutti gli anni ha un grande successo, con la pira e la distribuzione del vino caldo, oltre che i doni ai bambini».

Questo però è solo un versante dell’attività dei Briganti.

«Infatti. Poco dopo la nostra formazione come gruppo musicale ci siamo costituiti come associazione e si è cominciato un lavoro che allo stesso tempo è di ricerca e di intervento nella scuola. Si è promosso e condotto un progetto con gli studenti delle superiori sugli antichi mestieri, portando gli studenti stessi dagli artigiani perché li conoscessero e li intervistassero, seguendoli poi nelle elaborazioni scritte e infine producendo un filmato di tutta la ricerca. L’anno passato, poi, abbiamo lavorato, sempre con gli studenti, sulla ricerca condotta qui in Maremma da Roberto Ferretti, e sul rapporto che si può intravedere fra manufatti tradizionali e design artistico».

Il vostro è anche un disegno politico.

«È un disegno politico nel senso più nobile del termine: per noi “brigante” è chi osteggia il potere costituito, le regole imposte. Questa figura si trasforma, un po’ romanticamente, devo dire, in quella del part. igiano e dell’antifascista, attraverso l’amore e il rispetto della storia della Resistenza e della lotta al nazifascismo. Il nostro motto è “Briganti perché…di meglio da fare non c’è” che sembra una battuta di spirito, ma invece è da prendere sul serio: “di meglio da fare non c’è” proprio perché è la cosa migliore da fare. Di questo siamo convinti».

Quindi anche voi ritenete di svolgere una forma di Resistenza?

«Sì, questa è la nostra forma di resistenza: contro la cancellazione delle tradizioni e della memoria storica. Appariamo un po’ guasconi, un po' giocherelloni, ma siamo sempre orgogliosi di come siamo. E poi, quando qualcuno si emoziona nel sentirci cantare o un partigiano sfila a fronte alta e ci ringrazia, capiamo di aver fatto la scelta giusta. Perché “Siam Briganti nell’animo… Siam Briganti nel cuor!”».

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