Sicurezza
Cgil: «Indennità fasulle, truffano l’Inps»
I caporali confezionerebbero documenti falsi per far ottenere gli assegni di disoccupazione che crescono del 48% dal 2000
GROSSETO. Aumentano le richieste di indennità di disoccupazione che arrivano dal settore agricolo: negli ultimi quindici anni sono cresciute del 48%, passando da quota 3.032 del 2000 a 4.492 nel 2014. Galoppano a un ritmo sostenuto nonostante manchino cause trainanti visibili. Anzi, il caporalato più diffuso, il ricorso massiccio ai voucher (che non danno diritto all’indennità) e il maggior utilizzo anche in agricoltura del lavoro meccanizzato dovrebbero portare all’effetto opposto: cioè a una diminuzione delle richieste. E invece no. L’incremento è sospetto tant’è che Cgil denuncia: «Abbiamo idea che sia in corso una mega truffa ai danni dell’Inps» dice Claudio Renzetti, segretario generale della Camera del Lavoro; l’occasione per l’affondo è stato l’incontro dal titolo (che rende l’idea) “Gli invisibili delle campagne della Maremma” organizzato da Cgil e Cgil Flai e che si è svolto ieri alla Fondazione Il Sole.
Il sistema-truffa. Il fenomeno del caporalato fa male a chi si spacca la schiena in campagna ma anche all’economia della Maremma e finanche al sistema pensionistico. L’ipotesi della Cgil è che da almeno tre anni a questa parte i caporali truffino l’Inps «tramite un meccanismo – spiega Renzetti – studiato a tavolino» che fa sì che l’istituto di previdenza si sobbarchi inconsapevolmente la differenza tra quanto i braccianti dovrebbero prendere per il lavoro svolto e quanto in effetti il caporale “sgancia” a ciascuno di loro. Metà soldi li tira fuori il caporale-contoterzista che si è aggiudicato la commessa dall’agricoltore, l’altra metà le casse dell’Inps: all’incirca, secondo i calcoli di Cgil.
L’identikit. Tale raggiro è tipico non tanto del segmento della raccolta dell’uva – dove vengono impiegate braccia a bassa professionalità e con un ricambio continuo – quanto di quello della raccolta delle olive e del taglio del legname. Coinvolge i cosiddetti lavoratori “in grigio”, cioè quei braccianti a cui viene fatto uno “straccio” di busta-paga, anche per passarla liscia in caso di controlli. Sono i lavoratori più bravi, che verranno richiamati; la loro pseudo busta paga non corrisponde a una retribuzione pari a tutte le ore lavorate: loro ottengono un compenso forfettario a prescindere dalla busta paga. Il “giochino” funziona così: il bracciante sa – lo vede – che il contoterzista non gli paga tutte le ore che dovrebbe. Quindi scatta il patto: io ti pago la metà però ti preparo i documenti perché tu possa “compensare” richiedendo l’indennità di disoccupazione all’Inps: con 102 giorni lavorati, per avere un’idea, si ottiene un assegno per quattro-cinque mesi e complessivamente ti metti in tasca 1.600-1.800 euro. Non solo. Il caporale sarebbe disponibile – denuncia Cgil – ad approntare i documenti per la domanda di indennità per tutta la famiglia. «Rimandiamo indietro persone – dettaglia Renzetti – che vogliono fare domanda e si presentano con pacchi di fotocopie di documenti di parenti».
Il giallo del Cud. «Al Caf Cgil si sono per esempio presentati due lavoratori mostrando dei Cud 2015 – aggiunge – Ed eravamo in un momento dell’anno in cui era impossibile avere già il Cud. Quando abbiamo sottolineato l’incongruenza, sono scappati a gambe levate». Altro aspetto. È rimasto più o meno invariato il numero delle pratiche per l’indennità gestite dal sindacato, «mentre sono aumentate in maniera significativa – osserva Renzetti – quelle “lavorate” da altri patronati del territorio». Che significa? Se così è, significa che c’è qualcuno tutt’altro che zelante nel valutare chi abbia effettivamente le carte in regola per ottenere l’ammortizzatore. Tanto paga Pantalone. In questo caso l’Inps. Alla fine, noi.
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