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Case popolari, è polemica sulle norme per stranieri

di Francesca Ferri
Case popolari, è polemica sulle norme per stranieri

GROSSETO. Rivoluzione in arrivo sull’assegnazione delle case popolari. Gli effetti delle modifiche alla legge regionale che detta i requisiti per accedere alla graduatoria degli alloggi Epg...

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GROSSETO. Rivoluzione in arrivo sull’assegnazione delle case popolari. Gli effetti delle modifiche alla legge regionale che detta i requisiti per accedere alla graduatoria degli alloggi Epg cominciano a farsi sentire anche a Grosseto, dove è aperto il bando e dove, a maggio 2015, su 1455 appartamenti, 178 (12%) erano assegnati a stranieri (dati del Comune).

La nuova legge 41 del 31 marzo 2015, che modifica la 96 del 1996, stabilisce per la prima volta che anche i cittadini stranieri debbano dimostrare di non possedere immobili, di non averne usufrutto, uso o titolo di abitazione né in Italia né all’estero. Per farlo devono presentare una certificazione rilasciata dal Paese d’origine.

Per gli italiani e i comunitari la documentazione non serve; basta l’autocertificazione, perché il Comune, in ogni momento, può accedere alla banca dati dell’Agenzia delle Entrate e fare una verifica. Per i cittadini non appartenenti alla Ue, invece, non c’è possibilità che il Comune possa verificare in automatico se le loro dichiarazioni sono veritiere. Quindi devono pensarci loro stessi.

Per la prima volta, insomma, la regola comincia a valere per tutti, e non solo per chi fa domanda per la prima volta. Anche chi ha già una casa popolare dovrà lo stesso presentare questa certificazione. Ogni due anni, infatti, il Comune fa una ricognizione per accertarsi che sussistano i requisiti per avere l’alloggio (se nel frattempo, ad esempio, si eredita una casa, si perde il diritto ad avere quella popolare).

Per alcuni, però, rispettare il nuovo obbligo è molto più complicato che per altri. A volte quasi impossibile.

Nasce da qui la protesta di Ridha Djebali, presidente della Comunità tunisina a Grosseto, che si fa portavoce di molti connazionali e di altri stranieri. «Per molti di noi procurarsi la certificazione nel Paese d’origine è un’impresa praticamente impossibile – spiega Djebali – prima di tutto perché c’è una differenza tra i sistemi istituzionali. In Tunisia, ad esempio, non ci sono nemmeno l’Agenzia delle Entrate e il catasto. Ogni provincia ha un governo a sé e io non saprei nemmeno a chi andarlo a chiedere questo documento. In altri Stati c’è la guerra: a chi vai a chiederli questi documenti».

Il secondo problema, spiega Djebali, riguarda le comunicazioni. «Per avere la certificazione – dice – devi lasciare il lavoro, andare nel tuo Paese e aspettare la pratica. Poi la devi far tradurre ufficialmente e timbrare all’ambasciata italiana, e solo per l’appuntamento ci vogliono mesi».

Per Djebali il risultato è uno solo: «Nessun extracomunitario farà domanda. Se almeno si potesse presentare la certificazione anche dopo... È giusto, le regole valgono per tutti ma questa è una scusa per mettere gli stranieri in condizioni di non fare domanda. Ma si sa, ora ci sono le elezioni...».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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