Attenzione
«Sul Peep non c’erano alternative»
Mascagni (Pd): «Lentezza e sentenze discutibili sono la causa di questi disastri»
GROSSETO. Lorenzo Mascagni, avvocato, consigliere comunale del Pd dal 2006 e presidente della quarta commissione, interviene sul caso Peep Pizzetti. «Con la contestata delibera dell’altro ieri – spiega Mascagni – il consiglio comunale di Grosseto ha preso atto della sentenza della Corte di Appello di Firenze che ci obbligava a corrispondere una sostanziosa differenza di prezzo ad alcuni proprietari delle aree su cui è stato realizzato il Peep Pizzetti, del debito maturato dal Comune, della transazione raggiunta con la controparte e delle azioni che dovranno essere intraprese per il recupero di queste somme; la delibera era necessaria per consentire agli uffici comunali di perfezionare la transazione».
Ma lei si sente corresponsabile di questa situazione?
«Se ampliassimo un po’ la visuale, scopriremmo che quanto è accaduto non è un caso solo grossetano, ma è avvenuto e sta avvenendo in questi anni in molti altri comuni d’Italia. Basta una breve ricerca per rendersi conto che casi analoghi si sono verificati, solo a mo’ d’esempio, a Piombino, Livorno, Padova, Perugia. A complicare le cose, nel frattempo, è intervenuta una sentenza della Corte Costituzionale che ha stabilito che l’indennità di esproprio deve essere commisurata al valore commerciale del terreno (prima si espropriava a prezzi più bassi). Uscendo dal gioco delle parti, potremmo forse prendere atto che il mix micidiale tra lentezza amministrativa (l’iter del Peep è iniziato nel lontano 1996 e si è giunti al decreto di esproprio solo nel 2008) e talune decisioni giudiziali discutibili, è forse la ragione più profonda di questi disastri. La rendita fondiaria, d’altra parte, è da sempre la croce per ogni politica urbanistica. E alla luce della succitata sentenza della Corte costituzionale del 2007 dovremo forse recitare il de profundis anche per i Peep».
C’erano soluzioni alternative concretamente praticabili rispetto a quella adottata dal consiglio comunale?
«La discussione di questi mesi si è concentrata soprattutto sul passato, sulle recriminazioni per quel che è accaduto e che si sarebbe potuto o dovuto evitare, il che è del tutto legittimo e comprensibile, soprattutto da parte delle famiglie colpite più direttamente da questa vicenda. Non sono emerse però altre soluzioni rispetto alla scelta del Comune di cercare una transazione; anche il M5s, che aveva annunciato proposte alternative, alla fine ha dovuto prendere atto che non ce n’erano. Prendere atto del debito, ridotto grazie alla transazione, è stata una medicina amara; ma non votare la delibera avrebbe aggravato la malattia, perché avrebbe fatto saltare la transazione con conseguenti ulteriori oneri a carico del Comune e, di conseguenza, delle cooperative e delle famiglie».
Una decisione scomoda, impopolare.
«Chi ha la responsabilità di governare un territorio è chiamato spesso ad assumere decisioni così. Resta un senso di disagio e di amarezza per ciò che è accaduto e per il fatto che alla fine, a pagare il conto, saranno alcune centinaia di famiglie, molte delle quali già provate dalla crisi economica».
Lei è sicuro che tutti i soggetti in questa vicenda abbiano operato correttamente?
«Non lo so. Diciamo che questo era il senso dell’ordine del giorno presentato (e poi non discusso) dal Pd tramite il proprio capogruppo, finalizzato anche a intraprendere tutte le iniziative possibili per aiutare le famiglie assegnatarie degli alloggi».
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