Gioco
Stefano Lodovichi atto II Esce il suo nuovo film
Il giovane regista grossetano da giovedì in tutte le sale con “In fondo al bosco” Un inquietante thriller tra maschere terrificanti e una famiglia in cerca di verità
GROSSETO. Appena due anni fa usciva Aquadro, figlio della generazione dei nativi digitali 2.0; da allora Stefano Lodovichi non ha rallentato il passo: giovedì 19 novembre uscirà nelle sale italiane il suo ultimo film, In fondo al bosco, thriller dai toni noir, prodotto da Sky Cinema e distribuito da Notorious Pictures.
Laureato all’università di Siena in metodologie del linguaggio cinematografico, Stefano ha un rapporto di amore e odio con la sua terra natia, «un sentimento che condivido, credo, con la maggior parte dei miei coetanei» confessa.
Grosseto lo ha visto ragazzo quando faceva le sue prime esperienze nel cinema con i registi Francesco Falaschi e Paolo Virzì, dai quali ha imparato moltissimo. Poi la consapevolezza e la partenza: ha preso tutto quello che di buono c’era nella sua terra ed è partito, perché «arriva un momento in cui il tuo territorio dopo averti cresciuto, deve lasciarti andare senza trattenerti», dice. E così è stato.
Berlino per amore e poi Roma, dove vive da un anno; la sua carriera si è fatta sui video musicali e sugli spot pubblicitari, ma anche, e soprattutto, sui corti cinematografici. Per la scena musicale ha lavorato, tra i tanti, con Mondomarcio e con i grossetani Quartiere Coffee, poi le pubblicità e, come già in passato aveva fatto il maestro Salvatores, ha girato un spot per McDonald’s.
Ma è con i corti che si è effettivamente fatto le ossa: No End, Dueditre... E poi Aquadro, il primo lungometraggio che lo ha consacrato regista.
La famiglia, il rapporto coi genitori e, soprattutto la figura materna sono i temi che in qualche modo accomunano tutti i suoi lavori, dalla dolorosa assenza della madre in “Due di tre” fino all’assenza totale della figura genitoriale, in Aquadro sostituita dai mezzi informatici.
«Bisogna raccontare le cose che si conoscono, io non ho figli – racconta – e ho sempre guardato la vita dall’unico punto di vista che conosco, e cioè quello del figlio. È indubbio che l’istituzione familiare sia in crisi da tanto tempo e sta cambiando e non posso non considerarlo, anzi mi influenza». Ed è questo fil rouge che emerge forte anche nella trama di In fondo al bosco.
Il film, ambientato in Alto Adige, racconta la storia di Tommaso, un bambino di soli quattro anni scomparso misteriosamente dal suo paese durante festa di San Niccolò, dovei i cittadini mascherati da Krampus, tradizionali e terrificanti figure diaboliche con fruste e catene, sfilano per le vie. Cinque anni dopo viene ritrovato un bambino senza identità e quando il test del dna rivela che si tratta di Tommaso, i genitori possono finalmente riabbracciare loro figlio. Il padre Manuel è felice e può finalmente scagionarsi agli occhi della comunità che lo ha sempre ritenuto il primo sospettato della sua scomparsa, mentre la madre Linda fatica ad adattarsi a quel figlio ritrovato, vedendo in lui strani e inquietanti segnali.
«Sono cresciuto e con l’esperienza ho cercato di guardare la famiglia da un punto di vista diverso, questa volta ho provato a guardarla in senso totale. L’ambiguità che si percepisce nella famiglia protagonista di questo film, di base è presente in tutte. Gli alti e i bassi, i segreti, i chiaroscuri e i momenti di totale onestà sono qualcosa che persiste ovunque», racconta Stefano.
Il genere che ha scelto, il thriller, non è solito nella scena italiana, i suoi riferimenti sono infatti altri, da Hitchcock a Polanski, autori nei quali il soprannaturale mescolato alla cronaca ha spesso una fortissima componente. Le terrorifiche maschere dei Krampus di In fondo al bosco diventano allora metafore dell’ambiguità umana: «La maschera non si sa cosa può nascondere è un mondo di confine, è il simbolo dell’ambiguità sotto ogni punto di vista».
La foresta notturna e freddissima ha una sua vita; per questo l’ambientazione scelta ricorda scene di autori nordici come Lars Von Trier. Ma i riferimenti alti non devono trarre in inganno: «Il misterioso, l’inquietante e il soprannaturale sono temi che mi affascinano. Von Trier è un autore che apprezzo molto, ma io guardo di tutto, mi piace spaziare fra i generi, non ho difficoltà ad ammettere che amo la cultura alta quanto la più bassa. Leggo dal trattato alle graphic novel, così col cinema, trovo spunti ovunque, guardo molte serie tv, come Fargo o The Walking Dead. Ricerco un linguaggio mio, autoriale, ma nell’ottica del creare un linguaggio adatto alla storia, perché il pubblico c’è e va considerato. Non voglio creare un prodotto di nicchia, anzi voglio che sia popolare e stimolante per tutti».
Carattere, questo, che lo inserisce appieno nella scena contemporanea europea pervasa da migliaia di stimoli diversi e contrastanti tra loro che si fanno spazio attraverso differenti e nuovi media, sicuramente più popolari, come la strada o, come è stato anche per Stefano, il web. Un’apertura verso l’Europa, quindi, ma sempre salda sulle sue radici: «La mia troupe è composta da tanti grossetani. Siamo cresciuti insieme e stiamo ancora lavorando insieme, come Ginevra de Carolis, amica prima di tutto e poi eccellente costumista, o il direttore della fotografia Benjamin Maier, ma anche molti assistenti».
Non è un addio quello di Stefano, solo un arrivederci: «Ho sentito la necessità di nuovi stimoli per crescere. Ma non escludo di tornare a Grosseto in futuro con il mio lavoro».
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