Il dolore
Pappagone, il gazebo delle polemiche dev’essere demolito
Il Comune dispone che i titolari provvedano entro 10 giorni La famiglia: «Siamo in ginocchio e nessuno ci ha aiutati»
GROSSETO. Nessuna possibilità di modificare o sanare gli abusi. Il gazebo di Pappagone dev’essere demolito. Così ha notificato ieri il Comune di Grosseto (settore gestione del territorio, abusi edilizi) agli imprenditori titolari della pizzeria di piazza Esperanto che due settimane fa hanno fatto montare il grosso manufatto precario davanti ai colonnini del mercato. Una struttura su cui la polizia municipale aveva subito contestato alcune difformità inviando la relazione in Procura. Loro (i titolari) respingono ora ogni addebito sugli abusi e si dicono «in ginocchio».
Gli abusi. La comunicazione comunale che dispone la demolizione è stata notificata a Clara Tittolo, rappresentante dell’impresa Pappagone, committente dell’opera e proprietaria della struttura installata. La missiva è datata 12 novembre. Ha per oggetto “Demolizione d’ufficio delle opere edilizie e interventi abusivi eseguiti in assenza di titoli abilitativi”, e ricorda il sopralluogo della Municipale che il 3 novembre ha riscontrato una serie di difformità sul gazebo rispetto al progetto e alle prescrizioni comunali, ovvero opere edili «in violazione di leggi urbanistiche». Oggetto di contestazione degli agenti sono state l’altezza minima della struttura che supera di 23 centimetri quella massima prevista dal regolamento dei manufatti precari per le tipologie B e C, e l’altezza della balaustra vetrata laterale di 1,70 metri anziché 1,60 (altra prescrizione prevista dal regolamento). Di fatto il gazebo così realizzato rientra non nella tipologia A (come da progetto presentato in Comune) ma nella tipologia C del regolamento e dunque - dice il Comune - avrebbe dovuto avere «il permesso a costruire». La stessa struttura - secondo quanto riporta l’ente municipale - risulta «difforme dal progetto esaminato durante la conferenza dei servizi e per il quale la Soprintendenza ha espresso parere favorevole».
Via alla demolizione. Riscontrati gli abusi, il Comune dispone dunque la demolizione. Sono i titolari di Pappagone «in qualità di responsabili» a dover procedere «spontaneamente e autonomamente» entro 10 giorni dal ricevimento della lettera «alla rimozione della struttura abusivamente eseguita nonché alla rimessa in pristino dello stato dei luoghi originari». Laddove i titolari non procedano sarà il Comune stesso a demolire d’ufficio la struttura. Le relative spese saranno anticipate dall’ente e poi recuperate dalle casse pubbliche.
Lo sfogo dei titolari. Sono infuriati e amareggiati i titolari della pizzeria che ieri - ricevuta la disposizione comunale - hanno tirato fuori carte e documenti, spiegando di essere «in ginocchio» e ricapitolando i «due anni di calvario fino a oggi» con le tappe burocratiche di una storia infinita che li ha portati a contatto con uffici comunali e Soprintendenza. «Due anni difficilissimi in cui non ci siamo sentiti tutelati e non siamo stati mai realmente aiutati».
«Non è colpa nostra». Sugli abusi e le difformità riscontrate nell’opera edilizia così com’è stata realizzata, Enzo Adami (marito di Clara Tittolo) e la figlia Daniela tengono a dire di «respingere ogni addebito. Su questi abusi ci chiamiamo fuori e con il nostro legale andremo fino in fondo per appurare a chi siano addebitabili le responsabilità». «Noi - dice Daniela - volevamo solo lavorare in regola e fare le cose per bene. ci bastavano quattro ombrelloni, due sedie e un posto fuori dove mettere i tavoli, non altro. Hanno ragione gli ambulanti e i cittadini a contestare la struttura così com’è...».
«Siamo in ginocchio». Gli Adami si dicono piegati. Il ristorante, per la conformazione che ha, secondo loro «non può lavorare bene al chiuso e sarà costretto a chiudere». Parlano i fatturati in calo. Dati alla mano: da un conteggio fatto da un commercialista «il 65% del volume d’affari della pizzeria viene sviluppato tra aprile e settembre, semestre in cui grazie alla veranda esterna i tavolini a disposizione dei clienti sono aumentati di 20 unità corrispondenti a 80 coperti». Inevitabili dunque i contraccolpi “senza pedana”. «Quale azienda può reggere il colpo?»
Di qui l’appello. «Noi vogliamosolo essere aiutati dal Comune ad avere un posto fuori dove poter lavorare. Punto».
«La Soprintendenza ci ripensi». «Viste come sono andate le cose», al momento «l’intenzione è quella di impugnare» la disposizione comunale di demolizione. L’auspicio è anche che la Soprintendenza «torni sui suoi passi e permetta, magari, di riposizionare una pedana nel luogo originario dov’era sempre stata. Tolta da lì - dicono - non c’è più stata pace».
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