Proteste
Sassi dal cavalcavia, "episodio gravissimo e ingiustificabile"
Dopo la notte di follia che ha portato all'arresto di tre giovani orbetellani, parla lo psichiatra Paolo Crepet: "nessuna scusante per chi ha compiuto quel gesto"
GROSSETO. «Nessuna giustificazione», nessuna scusante per i tre ragazzi orbetellani che hanno ammesso d’aver lanciato i sassi da un cavalcavia vicino Fonteblanda e sono stati scoperti - nel cuore della notte tra giovedì e venerdì - dalla Polstrada di Grosseto. Chi parla è Paolo Crepet, psichiatra e sociologo.
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Dottor Crepet, tre ragazzi arrestati in Maremma per questo folle gesto. Ha saputo?
«Sì, ho saputo e letto».
Come legge questa storia?
«È un fatto gravissimo e se qualcuno, compresi i genitori, comincia a dire che sono ragazzi e che è una ragazzata, allora si rende complice della prossima ragazzata che se oggi è andata bene e non ha ammazzato nessuno, la prossima volta potrà provocare una strage. Non puoi mai sapere quanta gente c’è dentro una macchina: se centri la testa di un guidatore lo puoi uccidere. Allora bisogna essere non severi, ma molto di più. La severità non basta. O noi tutti “ci siamo” e diventiamo educatori, oppure alziamo bandiera bianca».
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Uno di questi ragazzi fa il volontario per la Misericordia: poche ore prima era intervenuto per salvare un uomo. Come ce lo spieghiamo?
«Questo non è più un problema sociale ma individuale: dovrei capire chi è questo ragazzo e perché si è comportato in due modi così diversi. Ci sono due piani del discorso: uno è quello più generale che spetta al tribunale di Grosseto, l’altro riguarda lui. Nel primo caso più generale, che coinvolge tutti e tre i ragazzi, entra in gioco anche chi oggi sta per difendere questi giovani: gli avvocati coinvolti. Se vince il legale buonista che dice “poveracci”, allora cosa ci stiamo a fare noi qua? Io faccio lo psichiatra, non vorrei neppure che arrivasse qualcun altro a inventarsi qualche sindrome della doppia personalità in Maremma».
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E per tornare al secondo piano del discorso, dunque, quello individuale? Come può succedere tutto questo e quanto può esser labile il confine tra bene e male?
«Occorre sicuramente cercare di capire chi è questa persona. Ma lo scopo, anche in questo caso, non dev’essere quello di arrivare a difenderla e giustificarla. Il nostro obiettivo non deve a mio parere spostare di un millimetro le enormi responsabilità di chi ha fatto quel gesto. Anche chi punisce questi ragazzi parla a tanti altri ragazzi. Noi dobbiamo far capire ai giovani che quello che è successo non è un giochino carino che si può fare così tanto per fare, una domenica sera. Perché poi le conseguenze ci sono...».
Quanto agisce la logica del gruppo?
«Agisce. Spesso da soli si è più intelligenti mentre in gruppo si è più scemi. Questo ragazzo che faceva il soccorritore due ore prima, forse da solo non avrebbe fatto nulla, mentre messo in mezzo a ragazzi “annoiati” ha potuto farlo. Oggi il grande problema è che questi ragazzi sono tutti “annoiati”... Ma il rischio in agguato è che ciò - lo dico da persona che potrebbe essere anche il nonno di questi ragazzi - passi come giustificazione. Va bene occuparsi della noia dei nostri adolescenti, ma che questo non apra la porta a nulla di più. Se uno si annoia vada a letto».
Venti anni fa morì Maria Letizia Bertini, colpita da un sasso lanciato dal cavalcavia. Quell’episodio fu una brutta pietra miliare nell’immaginario collettivo. Per assurdo è mai possibile un effetto sciame di tale durata?
«Quando successe questi ragazzi avevano 3 anni. Impossibile che da allora vi sia stato un effetto emulativo così esteso. Semmai spero che non vi sia da qui in avanti un effetto simile. Se noi non usiamo termini che non siano più che drastici e terribili per tracciare i contorni di questa triste storia, il rischio c’è eccome. Quando successe quella tragedia, all’epoca io collaboravo con il Tg2. Rammento bene quel che successe: fu una cosa terrificante. Quella ragazza che se ben ricordo si era sposata da poco, per essere chiari non la riporta al mondo più nessuno. E se per caso a questi automobilisti è andata bene, ciò non vuol dire che dobbiamo chiudere un occhio».
Questi ragazzi sono maggiorenni, praticamente adulti. I genitori e la famiglia possono ancora avere un ruolo?
«Certo, i genitori per primi devono lasciare che la giustizia faccia il suo corso e si rendano conto di cos’hanno fatto i figli. Di più. Devono anche collaborare con la giustizia perché i propri figli siano condannati per la cosa che hanno compiuto e non un giorno di meno. Mi dispiace per la mamma e per tutti loro, e per le loro famiglie ma la penso così. Io mi occupo principalmente delle vittime perché comunque ci sono vittime, in questa storia. E sono quei poveracci che si sono visti arrivare una pietra enorme e tutta quella gente che passava lì sull’Aurelia. Sono state ammaccate quattro macchine. Chi paga per gli effetti psicologici sulle persone che passavano? Se vogliamo guardarla bene i danni ci sono stati comunque. E anche quando non fisici, non sono meno gravi».
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