Sicurezza
Cadavere nel podere: ipotesi omicidio
Le ossa trovate a Massa Marittima nasconderebbero un terribile delitto compiuto tre anni fa
MASSA MARITTIMA. Aveva ossa minute, Giuseppina Pierini. Aveva ossa minute ma anche la fibra di chi è cresciuto in campagna, di chi ha vissuto a lungo in quel casolare dove tre giorni fa i carabinieri hanno trovato i suoi resti. Aveva la fibra di non voler morire: di aver resistito fino all’ultimo istante, fino a quando non le è stato più possibile respirare. È un racconto dell’orrore quello che i carabinieri della compagnia di Follonica hanno ascoltato qualche giorno fa quando un uomo è andato a dire loro che sotto ai rovi che ricoprono il podere sulla strada della Marsiliana c’erano i resti di una donna di 63 anni la cui scomparsa era stata denunciata tre anni fa dai familiari. Viveva a Pontenure, in provincia di Piacenza. L’avevano cercata ovunque, ma le sue tracce si fermavano a circa duecento metri dalla sua casa. Poi il buio. Alla Procura di Piacenza un fascicolo su questo caso c’è: ma sopra si è depositata la polvere e circa mille giorni di distanza. Giuseppina era scomparsa e la sua famiglia, cinque mesi fa, ha deciso di lasciare l’Emilia Romagna e quella pianura tutta uguale per tornare in Maremma, da dove era partita anni e anni fa.
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Il puzzle che la Procura di Grosseto, dove un fascicolo è stato aperto dopo il ritrovamento di quelle ossa, deve ricomporre, è una storia lunga tre anni ma soprattutto è una storia che racconta l’orrore e la lucida follia. Chi ha fatto ritrovare il corpo che potrebbe essere della donna scomparsa a 63 anni, ha fatto scorrere davanti agli occhi dei carabinieri di Follonica, coordinati dal sostituto procuratore Alessandro Leopizzi, un film che i militari avrebbero fatto volentieri a meno di vedere, anche se solo nelle loro menti.
Giuseppina è morta dopo essere stata avvelenata, dopo essere stata soffocata con un sacchetto legato stretto intorno al collo della donna con del nastro adesivo. Giuseppina è morta in un modo atroce: volevano ucciderla facendole bere un mix di psicofarmaci. La sua bocca è rimasta chiusa a lungo, si è ribellata. Poi le è stato chiuso il naso, e tutto quel liquido avvelenato dai farmaci le è sceso nell’esofago, poi nello stomaco. Si è dimenata a lungo, ed è stata finita con quel sacchetto di nylon in testa. Lì non passava più aria. E Giuseppina è morta. Poi è stata sdraiata sul pavimento, avvolta in una coperta, caricata su un’auto che è partita da Piacenza di notte diretta in Maremma. È possibile percorrere quasi quattrocento chilometri con un cadavere nel bagagliaio dell’auto? È possibile tentare di non far riconoscere quella donna di 63 anni appena uccisa, prendendola a badilate sul volto e sfregiandola con l’acido? Domande alle quali risponderà la Procura.
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I carabinieri della compagnia di Follonica stanno infatti vagliando virgola per virgola e punto per punto il racconto che hanno ascoltato in caserma e nell’ambito dell’indagine hanno ascoltato tutte le persone che fanno parte dell’entourage familiare della donna.
Quello che è certo è che per prima cosa, prima di parlare di omicidio, di veleno e soffocamento, di chilometri macinati con un cadavere trasfigurato in macchina e di movente, bisogna accertare che quelle ossa trovate sotto ai rovi nel podere sulla strada di Marsiliana, appartengano davvero alla donna. È in corso l’esame del dna, prelevato dai resti di quel corpo che corpo non è più da tempo e che aveva con sé, trattenuto sotto quei rovi, qualche frammento di abito. E sono, ovviamente, in corso di verifica tutte le informazioni date ai carabinieri, compreso il dettaglio che, una volta arrivato a quel casolare nel podere dove la donna aveva vissuto con il marito prima di prendere armi e bagagli e trasferirsi a Pontenure, il corpo della donna sia stato gettato giù da una finestra per simulare i traumi da caduta.
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Tutto questo, ha raccontato l’uomo ai carabinieri, è successo prima di prendere una vanga e scavare un po’ sotto i rovi per nascondere il corpo della donna. Poi il rimorso. Il peso di conoscere uno dei gialli più neri della Maremma ed essere rimasto in silenzio per tre anni. Un peso che non sarebbe potuto restare per sempre sulle spalle di chi sapeva ma fino a pochi giorni fa ha taciuto. Giuseppina Pierini è torna lì, nella sua casa alle pendici del colle di Massa Marittima dove, da viva, aveva passato giorni felici. Prima di abbandonare la collina per la pianura, prima di essere uccisa e fatta sparire. Una storia ancora tutta da scrivere: questa volta servono le prove che solo la magistratura potrà fornire.
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