Sicurezza
Addio a Isaia Vitali, storia e memoria di Grosseto
Ha raccontato la Maremma per decenni dalle colonne di Telegrafo e Nazione Si è spento a 90 anni all’ospedale Misericordia, dove era ricoverato
GROSSETO. Ieri, in tarda mattinata, è morto Isaia Vitali, giornalista del quotidiano La Nazione, collega che ha raccontato le cronache giudiziarie della Maremma per quasi trent’anni, tra il 1977 e il 2006. Aveva 90 anni.
Da qualche giorno era ricoverato all’ospedale Misericordia, per una serie di complicazioni fisiche legate all’età. Ma Isaia, oltre che nerista, era anche e soprattutto un uomo di cultura, una persona rimasta giovane dentro.
Aveva conosciuto Luciano Bianciardi personalmente. E con Bianciardi e il fratello Aladino aveva fondato, negli anni Cinquanta, il primo circolo del cinema a Grosseto.
«Anche dopo gli 80 anni – scrive di lui la giovane collega e vicina di postazione Irene Blundo – ha continuato instancabile, ogni giorno, ad andare in redazione, lavorando alla tastiera con lo schermo piatto davanti e navigando su Internet. Negli ultimi tempi, invece, il giornale preferiva leggerlo in poltrona, anziché farlo».
Proprio grazie al lavoro documentale, memorialistico della Blundo e dell’Isgrec, Vitali aveva potuto raccontare ai più giovani un Bianciardi inedito, quello conosciuto alle conferenze letterarie alla biblioteca comunale Chelliana di Grosseto.
Il debutto nel giornalismo negli anni Cinquanta con la Gazzetta di Livorno, poi le corrispondenze per il Nuovo Corriere di Bilenchi, per Paese Sera, per il Telegrafo, “padre” del Tirreno, dove ha lavorato una decina d’anni a cavallo tra anni Sessanta e Settanta. Infine l’approdo alla Nazione, dopo l’impiego al “Dispensario”, il consorzio antiturbercolare.
E per il giornale concorrente, come detto, si è occupato a lungo di cronaca nera e giudiziaria. Insieme al compianto Vincenzo Santolamazza, nerista del Tirreno, aveva battuto negli anni Ottanta e Novanta il Tribunale e la Procura della Repubblica di Grosseto. Li chiamavano il gatto e la volpe. Nel tempo, sul lavoro, erano diventati una vera e propria coppia. Si fidavano l’uno dell’altro, si aiutavano, si volevano bene.
Con Isaia poteva capitare di scambiarsi una notizia, di confrontarsi su una vicenda, una sentenza. Era diretto, onesto, paziente, protettivo con i colleghi più giovani che approcciavano la nera e la giudiziaria. Stimato da avvocati e magistrati. Dentro il tribunale si muoveva a suo agio tra albi, fascicoli e udienze. Quando pioveva, volentieri accettava un passaggio in macchina, lui che la patente – proprio come Bianciardi – aveva scelto di non prenderla e preferiva spostarsi in moto, in bici o a piedi.
Isaia amava la Maremma, Grosseto. Fin dagli anni Cinquanta credeva nelle potenzialità del mondo di provincia per imprimere un cambiamento nella società. Così parlava, tempo fa, davanti al taccuino di Irene Blundo: «La provincia, culturalmente, è la novità, l’avventura da tentare. Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: e non solo perché qui è più facile lavorare, perché c’è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim’ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali».
Aveva ragione Isaia. Una delle prime volte che c’incontrammo, quasi vent’anni fa, appena appreso il mio nome, mi riprese per un articolo in cui il giorno prima avevo enfatizzato una notizia. «Ma non è colpa tua – disse – te sei troppo giovane, è di chi te lo permette…».
Reporter essenziale, ironico, esperto di poesia, appassionato da cinema, musica, storia, Vitali mostrava occhi vispi, curiosi, anche ora che aveva superato ampiamente gli ottant’anni. Qualche anno fa era rimasto vedovo della moglie Mirta, ma sempre circondato dall’affetto delle figlie Edit e Silvia, a cui oggi giungano le condoglianze dei giornalisti della redazione di Grosseto del Tirreno.
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