Il Tirreno

Grosseto

Licenziare per corna è un atto di ritorsione e discriminazione

di Pierluigi Sposato
Licenziare per corna è un atto di ritorsione e discriminazione

La datrice di lavoro si era convinta che la dipendente avesse una relazione clandestina con suo marito

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GROSSETO. La titolare di un laboratorio artigianale è stata condannata dal giudice del lavoro per il licenziamento ritenuto ritorsivo e discriminatorio di una dipendente, che aveva lamentato di essere stata molestata sessualmente dal marito della titolare. Anche se il procedimento non ha dimostrato l'esistenza di una relazione né delle molestie, il Tribunale ha dichiarato nullo il licenziamento: è maturata con ragionevole certezza la prova che la dipendente «sia stata licenziata per motivo ritorsivo legato al convincimento, in capo alla datrice di lavoro, della sussistenza di una relazione extraconiugale tra la lavoratrice e il coniuge della titolare».

E poiché i motivi oggettivi di licenziamento riportati nella lettera risultano insussistenti; poiché l'analisi dei bilanci della ditta non giustifica il licenziamento; poiché la stessa titolare ha spiegato in Tribunale che fosse convinta della relazione extraconiugale; poiché un'altra dipendente ha riferito di essere stata messa al corrente dalla titolare della relazione; poiché anche al funzionario del centro per l'impiego il marito aveva spiegato che non c'erano motivi oggettivi ma motivi personali; poiché la titolare si era fatta l'idea dell'adulterio dopo aver acquisito i tabulati telefonici del marito che riportavano varie ore di conversazione con la dipendente; poiché non ci sono elementi per individuare una mancata diligenza sul luogo di lavoro da parte della dipendente; per tutta questa serie di motivi ecco che la dottoressa Antonella Casoli ha dichiarato la sussistenza del «licenziamento ritorsivo, assimilabile a quello discriminatorio» e ne ha dichiarato la nullità.

La ditta dovrà pagare 15 mensilità dell'indennità sostitutiva della reintegra (totale 1.187 euro), più il risarcimento delle retribuzioni dal giorno del licenziamento a quello dell'esercizio del diritto di opzione (quattro anni), più il versamento dei contributi, più 4.500 euro per spese di lite.

La questione era partita nel 2012, qualche mese dopo il licenziamento della donna, che lavorava nel laboratorio già da qualche anno. Nel ricorso, la donna - oggi poco più che cinquantenne - aveva raccontato di essere stata più volte molestata dal marito della titolare dell'impresa, socio di quest'ultima; di essere stata mortificata e maltrattata di fronte ai suoi rifiuti di acconsentire a rapporti sessuali; di essere stata perseguitata per telefono; di essere stata minacciata di licenziamento; di aver dovuto ricorrere al pronto soccorso in occasione di un'aggressione verbale; di aver trovato un biglietto con la scritta «ti amo» sulla sua auto; di aver raccontato alla titolare di quanto stava avvenendo; di aver subìto un trattamento mortificante anche da parte della titolare, che aveva preso poi le parti del marito; di essere stata accusata dalla titolare di essere la causa di un incidente. Erano seguiti i licenziamenti orali e scritti. E la donna era finita in cura da uno specialista. Un comportamento definito come «stalking occupazionale»).

Questioni respinte in toto dalla difesa della titolare della ditta, cui - ha sostenuto - la dipendente stessa avrebbe confessato la relazione; la ditta aveva sottolineato anche che i conteggi sulle retribuzioni dovevano essere effettuati sulla base di un contratto part time e non su di uno full time (osservazione poi accolta in sentenza).

Il giudice non ha comunque ritenuto di dover riconoscere il danno non patrimoniale per la mancanza di una prova certa dell'esistenza della relazione, come anche della conoscenza delle molestie da parte della titolare (che comunque dopo qualche tempo si era separata dal marito). Né il licenziamento è definibile ingiurioso sulla base di quanto è stato portato a conoscenza del giudice.

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