Il dolore
«Intrappolati sul treno per ore»
Alluvione '66, i ricordi da macchinista di Frido Rocchi, 88 anni: miracolato due volte
GROSSETO. «Sono sopravvissuto a due alluvioni». Miracolato due volte, Frido Rocchi. Nel 1966, il 4 novembre. Tre anni prima, sulla linea Roma-Grosseto. Tutte e due le volte era su un treno, macchinista. Tutte e due le volte i binari si erano distrutti prima di arrivare sotto le ruote della locomotiva; questione di poche decine di metri. «Miracolato, sì».
Rocchi, 88 anni, si ricorda come se fosse ieri: «La sera del 3 novembre 1966 ero a casa, in via Canonico Chelli. Pioveva talmente tanto che entrava acqua dal tetto: la mia povera moglie Marisa non faceva altro che asciugare. Arriva il “chiamatore” Vincenti, un manovale (all’epoca i telefoni non erano così diffusi): “devi andare a Braccagni”, mi dice. E così partimmo verso le 23: davanti alla locomotiva c’erano un sorvegliante e alcuni cantonieri con le lampade, andavamo a 25 km/h, non di più. A Braccagni ci imposero lo stop: non si vedeva più nulla, la stazione era sott’acqua. Alle 6,30 di fu dato l’ordine di tornare a Grosseto. Ma mentre ci stavamo dirigendo verso il deposito, il capostazione ci portò un modello M40, quello per le emergenze. Dovevamo andare verso sud per soccorrere un treno che era rimasto bloccato a Rispescia. Erano le 8,20, più o meno e già si sapeva che l’Ombrone aveva rotto gli argini a sud. Arrivati tra il ponte dei Macelli e quello dello Stadio dovemmo fermarci perché tutto era stato spazzato via, non c’era più niente. Mi ricordo sempre di quel povero maialino bianco aggrappato a una pressa che “navigava” lungo via Sonnino: quando la furia dell’acqua si incanalò verso via Telamonio, l’animale sbattè contro un pilastro e non lo vidi più. Solo alle 16 tornammo in stazione. Non si poteva lasciare la macchina accesa».
E tre anni prima? «Facevo servizio sul treno 832, il Firenze-Roma via Pisa e Grosseto che stava tornando indietro - riattacca Rocchi - Partimmo alle 17 da Roma, ci fu dato il verde fino a Tarquinia. Poi lì il fiume Arrone aveva esondato, mi sembra che che avesse rotto una diga: c’era acqua dappertutto, sull’Aurelia, sulla ferrovia. Arrivammo a Montalto e da lì non ci muovemmo più. Meno male, perché dietro di noi, saranno stati 400 metri dietro, la violenza dell’acqua aveva portato via tutto: questione di minuti».
Pierluigi Sposato
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