Il Tirreno

Grosseto

LE TESTIMONIANZE

Banga, 22 anni: «Meglio Napoli, pochi soldi ma sicuri. Qui ti prendono in giro»

di Giovanna Mezzana

Grosseto, tre giovani braccianti delle campagne maremmane raccontano la loro storia. La fuga coi barconi dalla Libia, l'approdo a Lampedusa, l'accoglienza. E poi l'incontro con i caporali.

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GROSSETO. Hambi ha 22 annni ed è nato in Mali: era uno studente prima di lasciare il suo paese. Bakari ha 23 anni e anche lui arriva dal Mali dove lavorava in una panetteria. Banga, 22 anni, è originario della Costa d’Avorio e prima faceva il meccanico in Mauritania. Ora sono tre braccianti che lavorano nelle campagne maremmane: sotto caporale. Ce li presenta Silvano Brandi di Attac. Ascoltiamo le loro storie, storie-fotocopia.

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Il racconto. Nel 2009 vanno in Libia perché lì si dice che si guadagna bene. Nel 2011 scoppia la guerra civile. Arrivano in Italia: anche loro con “gli sbarchi”. Approdano a Lampedusa, sono accolti in un centro, vengono spostati in Puglia, a Napoli, a Firenze. Arrivano in Maremma: tra la primavera 2011 e il febbraio 2013 sono ospiti in un centro di accoglienza della provincia di Grosseto. «Poi però l’accoglienza è finita – dice Bakari – e niente casa, niente lavoro, niente soldi». Finiscono a fare i braccianti al nero e sotto caporale perché quella è l’unica chance.

Il caporale. Chiediamo come sia avvenuto il contatto con i faccendieri che hanno in mano gli appalti agricoli. «Un connazionale – descrive – Bakari – ti dice “vai da quello”. Tu vai da lui a chiedere e lui ti risponde: “il lavoro ce l’ho ma tu non l’hai mai fatto e quindi non ti posso prendere”. Tu insisti e alla fine lui dice “va bene”». I caporali sono «italiani o turchi – ci dicono tutti e tre – e qualche volta romeni».

Le paghe. Hambi, Bakari, Banga sono pagati sei euro all’ora e la giornata di lavoro è lunga otto ore. Questo in teoria perché «se il caporale ti dice – descrive Hambi – “tu domani lavori solo la mattina e poi te ne vai”, così devi fare». Si lavora per un mese oppure per una ventina di giorni e poi stop, a casa, in attesa di essere richiamati.

Il gioco al ribasso. Nel 90% dei casi il caporale paga, ma la certezza di essere pagato non ce l’hai mai. Soprattutto non sei sicuro di portare a casa tutto ciò per cui hai lavorato. «Non ti pagano a giornata – ci racconta Banga – ma alla fine. Succede che il caporale ti rimandi da un giorno all’altro: “ti pago domani, domani”. E tutte le scuse sono buone per pagare di meno. Ti do cinque euro all’ora anziché sei perché non mi ha risposto al cellulare, ti pago quattro euro e cinquanta perché sei lento. Ti prendono in giro. A Napoli non fanno così. A Napoli è meglio. Promettono di meno, promettono poco, ma quel poco te lo danno». Dalla paga, vanno tolte poi «cinque euro al giorno – dice Bakari – per l’autista. Questo, però all’inizio non te lo dicono». Ci rendiamo conto del business?

 

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