La manifestazione
«Non siano i cittadini a dover pagare»
I componenti della class action temono che Sei inglobi l’impianto e che l’operazione abbia ricadute nella bolletta della spazzatura
SCARLINO. E se il debito da 64,5 milioni di euro di Scarlino Energia finisse nelle bollette della spazzatura dei cittadini? È l’inquietante scenario che Roberto Barocci, portavoce del Forum Ambientalista, e l’avvocato Roberto Fazzi, che conduce la class action contro l’inceneritore, ritengono plausibile alla luce di una serie di elementi.
In primo luogo c’è, ovviamente, l’enorme debito di 64,5 milioni di euro accumulato dalla società proprietaria dell’impianto scarlinese nei due anni di attività, e in particolare i 12 milioni di euro verso Sta spa (che ne controlla il 65 per cento).
«Poi – spiega Fazzi – c’è il fatto che alla scadenza del 10 settembre Scarlino Energia non abbia presentato una proposta di concordato. Inoltre, nella nota integrativa di accompagnamento al bilancio 2013, dopo aver dato atto di debiti al 31 dicembre 2013 pari a 29 milioni di euro, con una perdita d’esercizio di ben 3,2 milioni di euro solo nel 2013, per ben due volte si legge che Scarlino Energia è alla ricerca di un partner industriale».
Secondo gli ambientalisti, inoltre, gli ammodernamenti e investimenti proposti da Scarlino Energia per il rilascio delle nuove Via e Aia non sono tali da far fare all’inceneritore il salto di qualità e trasformarlo in un impianto efficiente, in grado di ripianare il debito.
Un’altra circostanza che impensierisce gli ambientalisti è l’auspicio, espresso da Ato Toscana Sud già a luglio 2014, di «convenzionare» l’inceneritore di Scarlino.
L’ultima tessera del puzzle sono i legami tra Scarlino Energia e Sei Toscana, gestore unico del servizio. Di sette componenti del cda di Sei Toscana, tre sono anche membri del cda di Scarlino Energia e cioè: Giuseppe Pinto (vicepresidente di Scarlino Energia), Marco Buzzichelli (anche nel cda di Sienambiente) e Stefano Carnevali. Fabrizio Vigni, vicepresidente di Sei Toscana, è stato nel cda di Scarlino Energia fino al 2013.
«Tutti questi fatti, che sono tutti documentati – spiega Fazzi – fanno ritenere plausibile l’ipotesi che l’impianto, come per il passato non sarà in grado, in futuro, di operare con efficienza, economicità e nei limiti di sicurezza per l’ambiente e per la salute delle popolazioni esposte e che è presumibilmente imminente la sua acquisizione diretta o indiretta attraverso operazioni patrimoniali e/o societarie da parte di Sei Toscana o di altra società che abbiano la possibilità di scaricare sulle bollette dei rifiuti e sulla salute dei cittadini, i suoi deficit economici e il suo ingiustificato impatto ambientale».
Insomma, lo scenario temuto dagli ambientalisti è che Sei inglobi Scarlino Energia, si accolli il suo debito e lo riversi nelle bollette dei cittadini. Una supposizione, va precisato. Ma che impensierisce molto.
Gli ambientalisti arrivano a ipotizzare che, se davvero Sei Toscana acquisisse l’inceneritore e si accollasse il suo debito, i 64,5 milioni di euro, spalmati nelle bollette di tutti i cittadini delle tre province che fanno parte dell’Ato Toscana sud potrebbero significare un rincaro della bolletta della spazzatura di qualche decina di euro.
«Siamo già la provincia d’Italia con la tariffa più alta – spiega Barocci – e se questo scenario si avverasse sarebbe ancora più cara».
L’unica strada per impedirlo è, secondo gli ambientalisti, il fallimento di Scarlino Energia. Per questo Fazzi annuncia che gli attori della class action sono pronti a muoversi in due direzioni. La prima è chiedere al giudice di dichiarare inammissibile la proposta di preconcordato presentata da Scarlino Energia (proposta che, tuttavia, avrebbe comunque d’ufficio lo stesso destino).
A quel punto, su istanza di anche uno solo dei creditori, oppure su richiesta del pubblico ministero, il tribunale dichiara il fallimento del debitore. «La mancata presentazione della proposta e del piano del concordato scaduta il 10 settembre – spiega Fazzi – rende applicabile l’articolo 162, secondo comma del Regio decreto 267 del 1942 secondo cui il tribunale, se ne sussistono i presupposti, con decreto non soggetto a reclamo può dichiarare inammissibile la proposta di concordato e, su istanza del creditore o su richiesta del pubblico ministero, può dichiarare il fallimento del debitore. Nei prossimi giorni provvederò ad assumere tutte le iniziative atte ad attivare la predetta norma di legge in tutte le sedi giudiziarie. Siamo pronti a mandare una segnalazione alla Procura della Repubblica».
«Per l’economia del territorio è una disgrazia», dice Barocci. «E quella che inizia oggi è una battaglia tutta politica poiché i responsabili delle scelte sono i sindaci, che siedono nell’assemblea dell’Ato. Non possono far finta di non sapere; il sindaco di Grosseto Emilio Bonifazi non può far finta di non sapere. I consigli comunali devono discutere di questi aspetti».
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