Il dolore
Il Boschetto perduto degli artisti
Grosseto, labirinti, dolmen e cavalli distrutti: grido d’aiuto per uno straordinario progetto nato negli anni ’90 e preda dei vandali
GROSSETO. “Guardarti dormire era la più vera grande magia che mi accadde, seguire il ritmo del tuo respiro senza toccarti”, scrive una mano misteriosa nel cuore di un parco. È la suggestione dell’amore: un incanto poeticamente perfetto se non fosse che, spruzzato con lo spray rosso, l’idillio in questione imbratta un’opera d'arte.
Siamo a Grosseto nell’area verde compresa tra viale Einaudi e viale della Repubblica dove un rivoluzionario progetto nato negli anni ’90 - il Boschetto degli artisti - è naufragato da tempo. La citata poesia deturpa la base del “Muro sonoro”, (ex bella) parete scolpita dal francese Frédéric Guerin e che un tempo emetteva toni e vibrazioni. Ne è rimasto ben poco, briciole al pari delle altre 7 opere prese di mira dai demolitori di turno. Otto installazioni distrutte, vandalizzate, polverizzate e smontate, ridotte a scempio accanto a palme secche e a una fontana soffocata di sporcizia.
Lo spettacolo è così squallido che per risollevare le sorti del parco ogni tanto riaffiora qua e là qualche spinta “dal basso”: in questi giorni un manipolo di cittadini si è fatto sentire su Facebook («Puliamo la fontana?») mentre alcuni artisti, amareggiati per le sorti delle creature sfregiate, lanciano l’ennesimo grido d’aiuto.
Stefano Corti, scultore e docente all’Artistico, ha condotto uno studio con i suoi studenti per resuscitare la vecchia fontana ridotta a discarica mentre Irma Alonzo, l’ideatrice/fondatrice del progetto, profondamente ferita nell’anima ha chiesto in questi giorni un incontro al sindaco Emilio Bonifazi, e aspetta risposta. «Un’idea potrebbe essere una recinzione», dice. Ma torniamo un passo indietro, alle origini.
Gli albori. Il parco nasce alla fine degli anni ’90 in piena giunta Valentini su idea della stessa Irma, scultrice che dà anima e cuore al progetto, per poi osservarlo lentamente spegnersi con la morte nel cuore. Finanziato dall’allora sindaco Loriano che ne intuisce le potenzialità e ci investe soldi pubblici, all’epoca il Boschetto appare come un’intuizione fantastica, puntellata della magica mano degli artisti: sono Irma Alonzo, Stefano Corti, Martin Emschermann, Paul Fuchs, Frédéric Guerin, Monica Mariniello, Manuela Riccardi e Toni Spizzirri che danno consistenza alle loro visioni creando labirinti e pareti sonore, cavalli e scivoli, dolmen, nidi armonici o torri di legno.
Corre l’anno 1996 quando iniziano i lavori. Irma invita gli artisti e cura il tutto. Costruire il parco, vederlo nascere, seguire le fasi del cantiere è un sogno che acquista un sapore avventuroso, per certi versi epico, come una sfida aperta al mondo. I bambini, altro colpo d’ingegno naïf, sono i diretti interlocutori del parco e per questo «ci è sembrato naturale - dice la Alonzo - farli partecipare ai lavori». Il momento è particolare.
L’arte contro la guerra. Siamo all’epoca dell'invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein e della risposta americana in difesa dei pozzi di petrolio. «Era una guerra molto vicina alla quale partecipavano gli alleati - ricorda la Alonzo - Ci furono giorni di psicosi collettiva per la possibilità di una terza guerra mondiale, ma quella grande paura, proprio l’incombenza di una grande tragedia, provocò all’epoca la reazione di molti artisti, musicisti che fecero concerti: la musica contro la guerra. Molte persone fecero la marcia per la pace». Furono tanti gli interrogativi morali e molte coscienze furono scosse, lacerate e confuse. «Si poneva davvero per necessità costitutiva un atteggiamento di aggressività, dominio, eliminazione dell’altro, o questa aggressività era un portato culturale? - ricorda la Alonzo - E quale poteva essere una strada diversa in un momento in cui la tragedia sembra non avesse una fine? Pensavo intensamente di fare qualcosa per dare un segnale di pace».
È in questo tourbillon di emozioni che scaturisce lo spunto magico del Boschetto, pronto a prender forma come una luce o un diamante affiorati dalle tenebre. «All’inizio pensavo a un simposio. Ci siamo invece trovati a lavorare in solitudine nel proprio spazio e nel proprio tempo». L’impianto è di per sé rivoluzionario: si tratta di creare uno spazio dove i bimbi, spontaneamente, possano usufruire di strutture-sculture. Un’arte in reciprocità col territorio. Arte da vivere, arte all’aperto, come a Bagnoli dov’era nata la Città della scienza o a Gibellina dov’è il grande Cretto di Alberto Burri, esempio di land art sulle macerie del terremoto. A Parigi, nella magnifica Place Stravinsky, la fontana con opere di Niki de Saint Phalle e Jean Tinguely suscita l’attrazione interattiva dei bambini. E la stessa Irma pensa «a un ruolo differente della scultura: toglierla asfittica dagli asfittici piedistalli e farla scendere terrena e presente nel mondo, cassa di risonanza dei giochi dei bimbi»
Subito il declino. Ma non fa in tempo a nascere che il Boschetto lentamente muore. Subito dopo l’inaugurazione, i primi ignobili distruttori iniziano una sistematica opera di saccheggio. Già il 10 novembre 1996 il giornale titola che i vandali hanno distrutto buona parte del neonato Labirinto della Alonzo. E non si fermano per nulla, anzi: da qui in poi inizia un declino inesorabile. La sensazione di molti è che il parco venga lasciato “solo” spalancando subito un senso di solitudine e profonda casualità, una provvisorietà e mancata pianificazione generale. Già nel “diario di bordo” (confluito in una tesi) che all’epoca Irma Alonzo redige è posto il problema degli uffici competenti, «così che noi artisti ci troviamo subito con un pezzo di terra da risanare senza sapere che il terreno è argilloso, senza acqua né luce nel cantiere, senza che nessuno venga a visionare quello che stiamo facendo, con la direzione dell’ufficio tecnico completamente assente, l’assessore che non dà ordini o non li fa valere, i cani che lasciano gli escrementi e i bambini che cascano nelle buche degli alberi spiantati 15 anni prima». E poi? Sempre peggio. Vandali e mancata manutenzione, sporcizia o progetti che abortiscono (se ne ricorda uno da 200mila euro).
Il problema è la cura. «Il problema è la cura del patrimonio cittadino - spiega la Alonzo - cosicché dovremmo aspettare i privati per tener pulite le sculture gioco. A volte tutto finisce o non inizia per la mentalità paludosa della politica. Penso che gli amministratori, gli architetti e specie gli artisti abbiano il compito urgente di dare forma e contenuto alla città come luogo di identificazione». L’input, per nulla “politico” ma di sostanza, è lanciato. Salvare il Boschetto, «luogo utopico ove l’uomo si sforza di far emergere i suoi sogni». Capire se un altro presente o futuro sia possibile.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
