Il Tirreno

Grosseto

Contenzioso Regione-Curia per la vendita di una casa

di Alfredo Faetti

In causa da 10 anni e forte di due sentenze, la parrocchia si è rivolta al Tribunale Chiede uno sconto sul prezzo dopo che Firenze aveva respinto la richiesta

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SCARLINO. C’è un contenzioso tra Stato e Chiesa che dura da oltre dieci anni. Lo Stato, in questo caso, è rappresentato dalla Regione Toscana, mentre la chiesa dalla parrocchia di Sant’Andrea Apostolo di Casale Marittimo, in provincia di Pisa.

L’oggetto del contendere, invece, è un immobile che sorge tra gli alberi di Terra Rossa, quel tratto scarlinese affacciato sul mare proprio all’inizio della strada che porta alle cale. Una sorta di casa che nel 2002 la Regione, proprietaria, ha deciso di alienare dal proprio patrimonio: decisione che ha portato la parrocchia pisana a fare subito un’offerta, dato che già dal 1983 occupava quelle stanze con regolare affitto. I palazzi fiorentini però hanno rifiutato quell’offerta, convinti che non fosse legittima. Una lettura sbagliata, sia per il Tar sia per il Consiglio di Stato, che nei due gradi di giudizio hanno dato ragione alla curia. E dato che ad oggi la storia non ha ancora trovato un epilogo, la parrocchia, ormai legittimata nella sua offerta, è pronta a portare la Regione davanti al tribunale di Grosseto per chiedere un abbassamento del prezzo, dato che sono passati diversi anni.

È una vicenda intrigata questa, in cui la Maremma fa solo da palcoscenico. O quasi. L’immobile, del resto, sia di chi sia, si trova da decenni nella parte alata del Puntone, vicino alla sbarra da cui si accede alle Bandite di Scarlino. Non solo: ora è stato chiamato in causa anche il tribunale di Grosseto; non solo per l’annuncio di un ricorso da parte della chiesa, ma soprattutto perché la stessa ha già depositato una domanda di mediazione alla camera di conciliazione per chiedere l’abbattimento del prezzo dell’immobile.

La diatriba inizia del febbraio 2002, quando la Regione decide di vendere l’immobile a Terra Rossa e lo comunica alla parrocchia di Sant’Andrea Apostolo, in modo che, se lo riterrà opportuno, potrà esercitare il suo diritto di prelazione, visto che già ne occupava le stanze in affitto. La parrocchia accetta l’offerta e versa nelle casse regionali il 20 per cento del costo come anticipo: tutto a firma di don Antonio, parroco all’epoca di Sant’Andrea. Lui firma, avuta l’autorizzazione dalle alte sfere del clero, convinto di essere il rappresentante anche legale della sua parrocchia, ma la Regione non gli riconosce questo ruolo. L’affare così sfuma e Firenze comunica che a giugno si terrà l’asta pubblica per la vendita. La chiesa pisana però blocca tutto, ricorrendo al Tar, che darà ragione al parroco. La Regione però non si ferma e impugna il dispositivo davanti al Consiglio di Stato, che però confermerà quanto detto in primo grado: ossia che don Antonio era da ritenere il legale rappresentate della parrocchia di Sant’Andrea Apostolo e che quindi l’offerta era valida.

La faccenda giudiziaria finisce qui, almeno nel suo primo atto. Chiesa e Regione, infatti, ancora non hanno trovato un accordo per la vendita di questo immobile. Una trattativa complicata anche dal fatto che la parrocchia chiede «la riduzione del prezzo di vendita dell’immobile in conseguenza dello svilimento del valore dello stesso». Insomma, secondo la chiesa, il prezzo chiesto oggi non può essere uguale a quello avanzato nel 2002. E questa richiesta è stata depositata anche in tribunale a Grosseto, dove la Regione Toscana ha accettato la strada della conciliazione.

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