Sicurezza
Condividere l’utopia per abitare il futuro
L’architetto Milesi chiude la tre giorni di incontri al Cassero: «Avete un grande patrimonio, metterlo a frutto si può, ma serve l’impegno di tutti»
GROSSETO. Condividere l’utopia: è questo, secondo l’architetto Edoardo Milesi, il significato più profondo della parola partecipazione, l’unico che può consentire di trasformare in opera concreta questa parola così spesso usata e abusata. L’unico strumento utile per “ricostruire” le città contempranee in crisi d’identità. Magari anche Grosseto.
Di questo, e di molto altro, l’architetto ha parlato giovedì sera al Cassero Senese chiudendo l’Arena Tirreno, la tre giorni promossa dal Tirreno (con l’amichevole aiuto della Scuola Permanente dell’Abitare diretta proprio da Milesi e la collaborazione de La Città Visibile e di Muramonamour) per accendere i riflettori del dialogo sul presente e il futuro di Grosseto e in particolare del suo centro storico. Una conclusione fuori dagli schemi, con una chiacchierata quasi notturna eppure (è il caso di dirlo) quanto mai partecipata e divenuta ben presto una vera conversazione, botta e risposta, tra uditorio e “relatore”. Ennesima manifestazione tangibile di quello che è stato il filo conduttore emotivo della tre giorni: il desiderio forte e diffuso dei grossetani di tornare a occuparsi del centro storico e delle Mura medicee dopo tanti anni di oblio collettivo.
Edoardo Milesi, conosciutissimo nella nostra provincia anche per i tanti “segni” che ha lasciato il suo lavoro con la famiglia Bertarelli nella zona di Cinigiano (il Forum - Concert Hall di Poggi del Sasso, solo per citare l’ultima impresa), è uno strenuo propugnatore della progettazione partecipata. Un approccio e un metodo che ha applicato e applica in diverse parti del Mondo, vicine e lontane, sia che si tratti di ricostruire su macerie fisiche (ad Haiti, dopo il terremoto), sia che si debba affrontare una ricostruzione prima di tutto “funzionale”, come per l’ex convento di Sant’Agostino a Montalcino.
A lui il Tirreno ha chiesto di offrire uno sguardo autorevole, ma soprattutto “esterno” e dunque super partes, privo di nostalgie o rancori, sull’oggi e sul possibile domani della città. E lui non si è sottratto. Lanciando un messaggio di ottimismo e fiducia. «Avete un grande patrimonio fra le mani _ ha detto indicando con un cenno circolare l’intero anello delle Mura e del centro storico _ e tutti i presupposti per farlo diventare una risorsa».
Il primo, sottolinea l’architetto, è la passione: «La passione che si respira qui, tutti voi, a quest’ora. O quella che ho vissuto ieri (mercoledì) andando con centinaia di persone a visitare il bastione Maiano».
Il secondo punto di forza è «l’anima, la vita, che a Grosseto come in tutte le città della Toscana ancora resistono: io lavoro molto in Lombardia e credetemi, lì le scelte urbanistiche degli utlimi decenni la vita delle città l’hanno in gran parte spenta attraverso la zonizzazione, dividendo cioè le aree urbane per singole funzioni (dove si dorme, dove si lavora, dove si mangia, dove si produce...) e impedendo così l’intreccio e il fertile conflitto tra persone ed esperienze».
A Grosseto insomma ci sono gli spazi e c’è la vita, e per questo può essere più facile che altrove accendere la scintilla. «Badando bene _ assicura l’architetto _ a non farvi fermare dall’idea che “non ci sono i soldi”: i soldi sono l’ultimo dei problemi, basti pensare che i finanziamenti europei disponibili sono di gran lunga superiori a quelli richiesti. Quello che conta è avere il desiderio, l’utopia, e condividerla».
Ecco allora che il concetto di partecipazione espresso in partenza da Milesi comincia a chiarirsi e a ricordare fasi storiche in cui questa “teoria” è divenuta pratica. Per esempio, pensiamo noi, il dopoguerra in Italia, quando ci si poteva scannare in politica ma tutti si contribuiva al sogno di una ricostruzione che così sarebbe diventata miracolo economico.
Partecipazione, insomma, non è vedere realizzate tutte le proprie proposte o le proprie idee; né tantomeno offrire l’opportunità di fornire pareri (per esempio nella costruzione dei regolamenti urbanistici) su processi burocratici che tanto alla fine camminano sempre sul loro binario. Partecipazione, invece, è condividere l’utopia di una città migliore e adoperarsi, ciascuno con il proprio ruolo e le proprie competenze, affinché l’utopia si realizzi.
Milesi su questo punto è chiaro. Non basta, dice, scaricare la responsabilità sui politici o sugli amministratori di turno: ognuno deve assumersi le sue responsabilità. In primis, sottolinea, gli stessi architetti, che troppo spesso anziché partecipare – con il loro sogno, il loro “umanesimo” – al progetto, si conformano alla richiesta del committente. E poi i giornalisti, colpevoli di aver creato il fenomeno delle “archistar”, attribuendo al nome del progettista maggior valore che al progetto. E ancora gli stessi cittadini, che spesso non fanno sentire la forza del loro desiderio, del loro sogno. Assumersi ciascuno la propria responsabilità nel male, significa anche riconoscersi la possibilità di agire per il bene.
Questa, dunque, è la base della progettazione partecipata. Che la Scuola Permanente dell’Abitare sperimenterà a Grosseto insieme a un folto gruppo di studenti e docenti di architettura delle università di Firenze e di Pescara: grazie a un accordo con l’amministrazione comunale a fine ottobre saranno per due giorni in città, al lavoro nella troniera sotto il Cassero Senese. E lì avvieranno, per farne poi oggetto dei loro corso di studi, due distinti progetti sulla “riabitazione” del centro storico, ascoltando tutti i cittadini che vorranno portare idee e contributi, o meglio ancora storie, desideri, sentimenti. Insomma il loro sogno di città, da affidare all’utopia condivisa.
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