Sicurezza
Sepolti in casa, sgomberato l’appartamento
Madre e figli, mai usciti per trent’anni, hanno ammucchiato quintali di roba. Ora il sindaco ordina di fare pulizia
GROSSETO. «Hanno buttato tutto, tutta la nostra roba. Non è giusto, non dovevano». A un anno di distanza da quando la porta del loro appartamento è stata aperta, spalancandosi sulle loro esistenze vissute all’interno delle quattro mura per oltre trent’anni, gli operatori incaricati dal Comune sono tornati nella loro casa per svuotarla dei quintali di roba ammassata in ogni angolo, accumulata nel corso dei decenni.
Trent’anni chiusi in casa. La storia di due cinquantenni, fratello e sorella, vissuti dagli anni Settanta fino all’anno scorso chiusi nel loro appartamento, insieme con l’anziana madre, senza alcun contatto con l’esterno, sommersi dalla sporcizia e da cataste di oggetti, vestiti, giornali, è stata raccontata dal Tirreno lo scorso giugno.
Dieci mesi prima, ad agosto 2014, madre, figlia e figlio – che abitavano in un paesino della zona sud della Maremma – furono allontanati in modo coatto da casa, con un Trattamento sanitario obbligatorio emanato dal sindaco, e ricoverati in due strutture della provincia.
La delirante idea di protezione. Era la prima volta che varcavano la soglia e avevano dei contatti con l’esterno dopo anni. Cinque o sei la madre, trentatré i due figli. Che proprio dall’anziana genitrice si erano lasciati convincere – ancora giovanissimi – a non mettere il naso oltre il portone perché «fuori è pericoloso, fuori la gente è cattiva». Nel delirante intento di proteggerli, la donna ne aveva segnato le esistenze: una vita da tumulati in casa, imprigionati dalle loro paure. La spesa ordinata per telefono e consegnata attraverso la soglia, i vicini tenuti alla larga, i rapporti conflittuali con i parenti che non riescono a sfondare la cortina delle loro inquietudini: gli anni passano così. Il ragazzo si ammala di distrofia muscolare ed è costretto a letto. La madre, con gli acciacchi dell’età, alla lunga non ce la fa a salire le scale del condominio e poco a poco si chiude anche lei dietro il portone.
Dalla casa non esce più nulla. Mentre ingoia le loro esistente, la casa risucchia e trattiene anche tutti gli oggetti che vi entrano. Niente di ciò che viene comprato e fatto arrivare lascia la casa. Giornali, riviste, abiti, biancheria per la casa, bambole, dischi. Tutto chiuso in decine e decine di sacchi neri che, esauriti armadi e cassetti, vengono ammassati lungo le pareti, sul pavimento, negli angoli. Si conserva in casa anche la spazzatura e non solo.
Oltre alla roba accumulata, decine e decine di metri di Scottex finiscono per avvolgere ogni superficie, ogni mobile, nell’insana idea di preservarli dallo sporco, mentre l’aria si fa ogni giorno più irrespirabile e dagli anfratti della casa escono insetti e topi.
La “prigione” si apre. Un anno fa un banale tubo rotto, che rischia di rovinare il soffitto condominiale dell’ingresso, sopra il quale si trova l'appartamento, costringe a far intervenire l’idraulico. I vicini, che per anni avevano cercato un contatto con la famiglia, riescono a vincere le resistenze della figlia e chiamano l’idraulico. Che, però, si rifiuta di fare il lavoro. Deve intervenire il parroco del paese per trovarne un altro disposto a entrare in quella casa-prigione. I due sono colti da conati di vomito all'ingresso; l’idraulico riesce a sistemare il tubo, ma quell’inferno ormai non può più essere tollerato.
Il sindaco, infomato sulla situaizone, interviene ordinando il ricovero coatto e l’allontanamento da casa dei tre, che vengono portati in due strutture della provincia, e fa pulire, disinfestare e disinfettare l’appartamento. Rovesciati chili di disinfettante su ogni superficie, la casa viene però chiusa di nuovo, con tutto il suo contenuto nella speranza che i suoi inquilini possano ritornarvi, una volta finito il soggiorno nelle case di cura.
Il sindaco ordina: via tutto. C’è voluto un anno per intervenire nell’appartamento. Madre e figlia, infatti, hanno cercato di opporsi in ogni modo allo sgombero. Non volevano sapere di staccarsi da quello che agli occhi del “mondo cattivo” è solo un cumulo di roba da buttar via ma che per loro sono gli oggetti quotidiani che per una vita hanno rappresentato tutto il loro mondo. C’è voluto l’intervento del tribunale – la famiglia è seguita da un tutore – per permettere al sindaco di intervenire ed emanare una seconda ordinanza – sulla base di atti del giudice – che impone stavolta di svuotare la casa del suo contenuto.
«Sono le nostre cose». «Già l’assistente sociale ci ha fatto buttare un po’ di cose – spiega la figlia – adesso sono entrati dentro e vogliono buttare tutto, tutta la nostra roba. Non è vero che è roba vecchia: c’è molta roba nuova, di valore, una collezione di dischi, lenzuola, corredi. Cose che valgono migliaia di euro».
Il sindaco conferma di aver ricevuto la chiamata della donna e della madre ma spiega che dopo il sopralluogo nell’appartamento, sia il Comune che la ditta hanno convenuto che niente poteva essere salvato.
Lo sgombero è iniziato due giorni fa e altri ce ne vorranno prima di svuotare le stanze e portare tutto via.
Una volta pulita e restituita in condizioni di vivibilità, la casa sarà di nuovo riconsegnata alla famiglia, che da tempo è seguita dai servizi sociali. E se le condizioni dei tre lo permetteranno, potranno tornarci a vivere.
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