Proteste
Ponte Tura: qui nacque la Maremma, oggi è semiabbandonato
Il complesso è un gioiello di archeologia industriale della bonifica che da anni aspetta un progetto di riqualificazione
GROSSETO. È il ventre da cui è nata la Maremma, l’origine della pianura, il principio dello spazio che abitiamo. Ponte Tura, tra San Martino e Istia d’Ombrone, è il complesso di opere idrauliche forse più importante della storia della bonifica maremmana, una delle più significative in Europa. È un patrimonio di enorme valore storico, oltre che un luogo mozzafiato dal punto di vista naturalistico. Un posto oggi semiabbandonato e sconosciuto ai più.
Il viaggio del Tirreno nei luoghi “ex” varca i confini della città e si ferma qui, sulla strada per Istia d’Ombrone, poco dopo San Martino. Sulla destra, in fondo a una strada sterrata che porta al fiume, un imponente edificio color porpora che ricorda casa Ximenes, ma più grande, si apre tra le chiome degli alberi.
L’opera di Leopoldo II. L’edificio è Ponte Tura, il ponte “tappo”, ed è alle sue spalle che fu costruita una diga sull’Ombrone per deviarne le acque limacciose (“Ombrone” per le acque “poco limpide” dopo il passaggio per le crete senesi). Fatte passare da un bacino di calma, venivano immesse in un canale artificiale, regolandole attraverso il “ponte tappo” (edificato nel 1828), e quindi gettate nella palude verso Castiglione della Pescaia. Fango e detriti si depositavano, l’acqua veniva fatta defluire attraverso una trama di canali (San Rocco, San Leopoldo e Bilogio) e il livello del terreno si alzava, prosciugando la palude e combattendo la malaria. Anno dopo anno, chilometro dopo chilometro (il canale finì per misurarne diciassette), il meccanismo della “bonifica per colmata” – proseguito, dopo l’Unità d’Italia e fino alla Seconda guerra mondiale dal Genio civile e dal Consorzio di bonifica – rese disponibili oltre 11.000 ettari di terreno fertile tra Grosseto, le colline di Castiglione e la costa.
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Steccaia, Ponte Tura, Diversivo. Quella diga è la Steccaia, così chiamata perché all’inizio era in legno, e si trovo poco più a monte. E il ponte attraverso il quale venivano regolate ile acque è, appunto, Ponte Tura, da cui ha origine il canale Diversivo, la spina dorsale della geografia maremmana, insieme al fosso Beveraggio che nasce anch’esso qui. «All’inizio era poco più di un ponte che veniva chiuso all’occorrenza con paratie di legno, paglia e fango», racconta Simone Giusti, docente di letterature comparate e di didattica della letteratura, scrittore, responsabile del settore ricerca e sviluppo e della comunicazione dell’associazione L’Altra Città, che da anni si occupa su più fronti della Steccaia e di Ponte Tura. «La diga – prosegue Giusti – nel 1911 venne rifatta in pietra e sul ponte, tra il bacino di calma e il canale Diversivo, fu costruito l’edificio che vediamo oggi». Ponte Tura, in stile neoclassico, fu edificato tra il 1905 e il 1924 ed è appoggiato su sette archi, ognuno dei quali veniva aperto e chiuso, all’occorrenza, da altrettante cateratte. Con l’avvento dell’energia elettrica una centrale trovò posto in un’ala dell’edificio per muovere gli ingranaggi. Su You tube non è difficile trovare i filmati d’epoca dell’Istituto Luce che ne mostrano il funzionamento e la visita di Mussolini.
Il parco monumentale. Per celebrare la costruzione di questo complesso e l’inizio della bonifica della Maremma, Leopoldo II di Lorena volle erigervi un monumento, che si trova alle spalle di Ponte Tura. In fondo a un viale alberato, oggi impraticabile, c’è una terrazza che si affaccia sull’ansa dell’Ombrone e sulla diga della Steccaia e che ha al centro una piramide commemorativa e una targa, datata 1830, per celebrare la nascita del luogo. Una seconda targa fu apposta nel 1842.
Dal dopoguerra a fine anni ’70. Considerata conclusa la bonifica nel secondo dopoguerra, la Steccaia fu trasformata in una sorta di svuotatore in caso di alluvione, ma il proposito fallì. Nel 1977 l’acqua dell’Ombrone in piena arrivò fin dietro l’ospedale e ci si rese conto che la cosa portava più danni che non benefici. Nel 1979 a monte dell’edificio venne costruito un arginetappo. Le cateratte furono abbassate per sempre e murate.
Ponte Tura oggi. Ponte Tura e la Steccaia sono insomma non solo un magnifico esempio di archeologia industriale, ma un luogo che tutti gli abitanti della Maremma dovrebbero portare nel cuore. E invece...
L’edificio è oggi per metà abbandonato, affogato nel guano di migliaia di piccioni che ne costituiscono gli ospiti esclusivi del tetto e della zona centrale, dove un tempo trovavano posto le cateratte quando erano alzate.
La facciata è cadente, le vetrate rotte in diversi punti, il cornicione si sfalda. All’interno ci sono ancora i macchinari, compreso il pannello con il percorso dell’Ombrone e le spie luminose collocate nei punti di controllo del livello del fiume, che serviva a monitorare le piene. Girando intorno all’edificio e avviandosi verso la Steccaia, per arrivare al parco monumentale tocca passare dai campi. Il viale alberato che conduce alla terrazza panoramica e alla piramide celebrativa è ricoperto di rovi. Le due targhe sono tutte scarabocchiate con lo spray e praticamente illeggibili. Intorno è un totale abbandono e anche la diga comincia a manifestare i primi segni di sfaldamento.
«La cosa che mi fa davvero piangere è vedere la parte monumentale in queste condizioni – spiega Simone Giusti – perché questo dimostra davvero una mancanza di interesse di questi luoghi e del loro significato. È da qui che nasce la terra che calpestiamo».
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La comunità e gli orti sociali. Eppure la Steccaia vive. Nei primi anni Novanta la Presidenza del consiglio consegnò al Ceis (socio dell’Altra Città) la casa dove abitava il custode e alcuni locali alle estremità dell’edificio centrale per farne una comunità terapeutica per il recupero e il reinserimento sociale dei tossicodipendenti. La comunità ospita oggi ventiquattro persone. Sul letto del Diversivo, ormai asciutto, c’è il frutto dell’ultima iniziativa di Nicola Giusti, del Csa di Arezzo e della cooperativa “I care ancora”: gli orti sociali dove si coltivano prodotti biologici e che sono la prima tappa di un percorso, che con l’associazione Grifo dog, porterà alla nascita di una fattoria sociale.
Il Parco delle bonifiche. Nel 2002 sempre il settore ricerca e sviluppo de L’Altra Città ha fornito la consulenza scientifica per il volume “La memoria della terra” per il Consorzio di bonifica, che ha ricostruito la storia della bonifica della Maremma proprio a partire da questi luoghi. Del resto il 2002 è stato un anno pieno di speranza per Ponte Tura. Quell’anno la Provincia di Grosseto ha avviato lo studio per un poderoso progetto, il Parco delle bonifiche per recuperare tutte le opere idrauliche sparpagliate per la campagna ma “invisibili” agli abitanti e collegarle con un percorso pedonale e ciclabile. È obiettivamente difficile capire come sia possibile che la Maremma, affiorata da una delle più grandi opere di bonifica del Vecchio Continente, non abbia ancora un parco del genere e abbia invece una così scarsa considerazione della bonifica.
Il progetto della Provincia. «Un progetto del genere sarebbe di un interesse incredibile», spiega l’architetto Pietro Pettini, presidente dell’Ordine degli architetti, che all’epoca era a capo del settore Sviluppo e tutela del territorio della Provincia. Proprio il suo team, dal 2002 al 2006, con la consulenza de L’Altra Città e di importanti architetti a livello nazionale, elaborò il progetto. Per prima cosa furono censiti tutti i manufatti realizzati fino alla metà del Novecento per sottrarre la Maremma alla palude. Poi si progettò il restauro e il recupero di quelli più significativi, a partire proprio da Ponte Tura, che avrebbe dovuto ospitare un museo, un ristorante, un punto d’osservazione, un’area gioco per bambini e laboratori didattici. Da qui sarebbero dovuti partire degli itinerari ciclopedonali, il principale dei quali avrebbe ripercorso l’ex Diversivo fino alla Diaccia Botrona e Casa Ximenes, capolinea del percorso. Lungo il tragitto erano previsti dei punti di sosta nei siti strategici della bonifica: tra gli altri, il Ponte Nuovo (dove si voleva realizzare un centro informativo multimediale) l’idrovora di Cernaia, il ponte San Leopoldo e il Ponte del Chiocciolaio (dove si ipotizzò una struttura in vetro con sala servizi e punto ristoro).
La fine di un sogno. Il progetto sarebbe costato 15 milioni di euro e fu presentato nel 2006 alla Fondazione Monte dei Paschi di Siena. Che fine ha fatto? I poster con i rendering e le locandine delle presentazioni sono attaccati alle pareti degli uffici provinciali. Chi vi lavorò li guarda con nostalgia e rabbia. Con la fine dei finanziamenti della Fondazione Mps, infatti, del progetto non se ne è fatto più nulla. «Siamo un territorio grande, ci sono delle priorità. E questa non è mai stata vista come una priorità», conclude Simone Giusti.
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