Il Tirreno

Grosseto

PIÙ CHE DI MEZZI C’È BISOGNO DI UN’ANIMA

di STEFANO ADAMI

di STEFANO ADAMI Le città stanno insieme solo fino a quando c’è qualcosa che insieme le tiene. Quando questo qualcosa tramonta, le città si disgregano. E non può essere qualcosa di solo economico,...

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di STEFANO ADAMI

Le città stanno insieme solo fino a quando c’è qualcosa che insieme le tiene. Quando questo qualcosa tramonta, le città si disgregano.

E non può essere qualcosa di solo economico, le città non si assumono, non si licenziano, non si dimettono. Non vengono demansionate, non vanno in malattia. O almeno così pare.

Pare perché quando camminiamo per una città, una città vista per la prima volta, o già attraversata, o quella che abitiamo, a un certo punto sale un brivido blu che fa dire: sì, qui c’è qualcosa.

Nei loro pieni e nei loro vuoti, nei loro solchi, le città mostrano (o cercano di occultare) le cicatrici, proprio come noi.

Con le aperture che le attraversano, le città conservano ricordi di sofferenze che fanno più male delle sofferenze stesse.

Guardiamo edifici cadenti, muschiosi, abbandonati, in pieno centro storico. Edifici, pieni, destinati alla distruzione.

Come sarebbe bello immaginare altre vite per quelle mura, centri brulicanti di persone, incontri, mostre, dialoghi, conversazioni, creazioni visibili ed invisibili.

Invece no. Spesso quegli edifici non hanno altro futuro che l’estinzione, l’abbattimento, la definitiva dissoluzione nell’etere.

Perché ci vogliono i mezzi, dicono. La priorità dei mezzi è la grande illusione di questi tempi. C’è stato chi ha detto che le cose non si fanno con i mezzi, ma con lo spirito. Però, nel frattempo, chi possiede i mezzi ci ha convinto del contrario, perché ha uno spirito piccolo. Oppure non ce l’ha proprio, lo spirito.

Assenza di mezzi, assenza di tutto. Ma è proprio così? Perché l’unica cosa che giustifica i mezzi, in realtà, l’unica ragion d’essere dei mezzi medesimi, è di coltivare qualcosa che resti. Noi ora ci raccontiamo la leggenda delle città che possono diventare smart, intelligenti. Chissà. Non furbe, di città furbe ce ne sono anche troppe, al mondo.

Restiamo a guardare questi vuoti. Cerchiamo almeno di abitare e coltivare città che creino visioni.

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