Il Tirreno

Grosseto

La generosità? Qui ha un cuore privato

di Giovanna Mezzana
La generosità? Qui ha un cuore privato

La Onlus compie dieci anni e Massimiliano Frascino tira le somme: una grande impresa che la mano pubblica aiuta poco

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GROSSETO. È la più importante istituzione laica della solidarietà: quella vera, che fa la differenza tra una vita a sprazzi quasi accettabile e un inferno. Parliamo della Fondazione Il Sole onlus, nata per aiutare chi ha un handicap molto grave: il singolo ma anche la famiglia. Quest’anno “compie” dieci anni. È una “cosa” grossetana l’onlus, che altrove in Toscana invidiano. Perché anche la Toscana dal grande cuore solidale non sempre è riuscita a metter in strada macchine che da un lato aprono la portiera a chi è rimasto al margine della carreggiata e dall’altra drenano risorse per acquistare carburante. E sia chiaro: qui ci sono tanti contatti, tante collaborazioni, tanti cuori grandi di grossetani, ma di prebende e contributi a pioggia che scivolano giù dal ventre grasso del pubblico ce ne sono assai pochi. Parliamo con Massimiliano Frascino, presidente de Il Sole.

È tempo di bilanci?

«Dieci anni di attività sono un traguardo importante, ma per noi è solo l’ inizio».

E quale idea ha del futuro?

«L’unica certezza è che la Fondazione avrà sempre un ruolo sociale importante perché è “una cosa” dei grossetani. E lo avrà indipendentemente dai suoi fondatori».

Il prossimo obiettivo?

«Consolidare quelli che abbiamo raggiunto fino ad ora».

E come?

«Attraendo risorse e facendo progetti. Modello charity».

Cioé?

«É il modello delle grandi organizzazioni no profit anglosassoni, che hanno status privato ma funzione pubblica, cioé accesso universale ai servizi, ovvero a tutti».

E cosa vi piace di questo modello anglosassone?

«Che si reggono sulla collaborazione dei singoli ma anche sulla finanza delle aziende. Noi siamo convinti del ruolo sociale dell’impresa. È una battaglia culturale».

Nel 2014 avete avuto ricavi per 383.000 euro e una quota pari al 25% del totale arriva proprio dal sistema impresa..

«Ci danno fiducia».

Qual è l’azienda-tipo che vi sostiene?

«Si va dallo studio dentistico alla multinazionale, dalla fattoria all’azienda di pubblico servizio, non c’è un settore predominante rispetto ad un altro».

Ricevete più soldi dal privato (aziende, famiglie, single) che dal pubblico..

«Il 76 per cento delle nostre risorse arrivano dal privato».

Va da sè che dal pubblico vi arriva solo il 14% delle vostre “disponibilità”. E a quanto ammonta il 14%?

«A 50.000 euro. Eppure se escludiamo le grandi fondazioni di impronta religiosa e quelle bancarie, in Toscana siamo la fondazione più importante che si occupa di sociale...».

Quindi?

«Se il pubblico facesse un ulteriore sforzo, potremmo continuare a garantire servizi alle 120 persone che assistiamo, raggiungerne altre e pensare al futuro serenamente. Lo sforzo sarebbe per la comunità, non per la Fondazione».

E questo “surplus di sforzo” lei come lo quantifica?

«Invece del 14% ci basterebbe il 30-il 40%».

Vi basterebbero 120.000, 150.000 euro invece dei 50.000 euro?

«Sì. Se viene meno una gamba del privato, siamo costretti a chiudere delle attività. Se il sostegno in più dal pubblico arrivasse, ci assumeremmo le nostre responsabilità: è ovvio».

Vi state già caricando di nuove responsabilità..

«Stabilizziamo tredici persone, collaboratori a progetto che assumiamo a tempo indeterminato usufruendo del bonus fiscale fino a 8.000 euro per tre anni, ma tra tre anni tali agevolazioni non le avremo più».

Insomma, il pubblico deve essere un po’ più generoso.

«Lo deve essere, ma sia chiaro: siamo un ente privato e non vogliamo diventare un ente assistito».

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