Il dolore
«Alla Marsiliana servivano interventi»
Secondo l’esperto della Procura la creazione di luci avrebbe consentito il deflusso della portata sotto il rilevato stradale
GROSSETO. Il ponte di Marsiliana crollato la sera del 12 novembre 2012 presentava un certo grado di criticità, specie se si considera quanto avvenuto nel novembre 2010, quando un evento alluvionale in qualche modo paragonabile aveva messo in evidenza i punti deboli della struttura.
È la sintesi di quanto scrive nella sua seconda consulenza il professor Enrico Larcan, il quale riprende in larga parte quanto da lui stesso dichiarato nella prima consulenza. Nel 2012, la tracimazione dell’argine e l’allagamento che ne era derivato aveva finito per erodere il rilevato stradale di collegamento tra la strada e il ponte, al punto che era crollata la parte iniziale del ponte poggiata direttamente sul rilevato senza che fossero stati adottati accorgimenti. «Il fenomeno è stato favorito anche dalla mancanza di adeguate luci nel rilevato stradale - scrive l’esperto del Politecnico di Milano - che avrebbero consentito il deflusso della piena al di sotto del rilevato stesso, contribuendo a ridurre il livello dell’acqua che si è creato a monte della struttura di attraversamento».
Quella è un’area di pericolosità idraulica molto elevata ed elevata. E la pericolosità era nota già il 21 novembre 2010, quando la tracimazione avea causato la rottura dello spaltone destro per 15 metri e le esondazioni nelle campagne. «Gli elementi che lasciavano presagire la pericolosità dell’attraversamento - è il parere di Larcan - avrebbero dovuto indurre una sistemazione del rilevato stradale di accesso al ponte mediante realizzazione di un rivestimento per la riduzione della possibilità di erosione da parte della corrente idrica o almeno la creazione di luci per consentire il deflusso della portata al di sotto del rilevato stradale, in modo da ridurre il livello idrico a monte del rilevato stesso in caso di superamento o cedimento degli argini del fiume Albegna».
Dunque, qualcosa poteva e doveva essere fatto. Ma il sostituto procuratore Alessandro Leopizzi distingue l’ambito giuridico tra la pericolosità e la prevedibilità-evitabilità e non ravvisa responsabilità nemmeno alla luce delle nuove indagini.
Tra l’altro, Larcan nota che la precipitazione del novembre 2010 risulta dalle 3 alle 14 volte inferiore a quella registrata nel novembre 2012 (per il bacino complessivamente, 5 volte inferiore). Due eventi dalla intensità «fortemente differente» e comunque non si può non tener conto, secondo l’esperto, dell’umidità del suolo: un terreno saturo può assorbire meno pioggia e quindi può contribuire di più al deflusso. Poiché l’umidità del suolo non è comunemente misurata e poiché misure locali non darebbero il quadro complessivo, occorre far ricorso a modelli matematici per trasformare le precipitazioni in deflussi di piena che tengono conto dell’umidità. «Le previsioni emesse dall’ufficio di Protezione civile regionale fanno ricorso a questo tipo di modellistica matematica. La previsione del grado di pericolosità dell’evento ad opera della Protezione civile regionale è stata confermata dai dati misurati e dai danni prodotti dall’evento». Corretta l’attivazione da parte degli enti interessati dai piani di emergenza, è la conclusione dell’esperto.
Il quale ha anche analizzato la coincidenza, segnalata dai mass media e ritenuta meritevole di approfondimento dal gip, tra il punto del cedimento e i segni di un recente intervento di manutenzione: Larcan ha notato che i lavori (per lo spaltone rotto per 15 metri) vennero eseguiti tra il 24 e il 29 novembre 2010 dal Consorzio Bonifica Osa-Albegna e che «non risultano interventi diretti alla sede stradale in corrispondenza del ponte di Sant’Andrea».
Pierluigi Sposato
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
