Proteste
«Forni vecchi e nemmeno più a norma»
Il Comitato per il No chiede a Firenze di non rilasciare le autorizzazioni per la riapertura dell’impianto di Scarlino
SCARLINO. Il punto, strettamente tecnico, è che quelli sono i vecchi forni per la fusione delle piriti. E benché siano stati riadattati per incenerire rifiuti in epoca più o meno recente, la loro struttura rimane uguale a quella degli anni Sessanta. «Concepiti in un contesto culturale, normativo e tecnologico ben diverso da quello attuale, essi non rispettano leggi e norme ora vigenti». Tanto scrive sull’inceneritore di Scarlino Vincenzo Annino, ingegnere genovese oggi in pensione che per tutta la vita ha lavorato come dirigente all’Ansaldo, costruendo impianti d’incenerimento in tutta Europa.
Interpellato dall’associazione Medici per l’Ambiente, l’ingegnere ha stilato un parere sull’impianto di Scarlino Energia, depositato poi in conferenza dei servizi come osservazione, fatta propria adesso anche dal fronte del No. «L’inceneritore del Casone non ha impianti a norma di legge» tuona il leader del Forum Ambientalista Roberto Barocci nel corso della conferenza stampa in cui è stata presentata la diffida, redatta dall’avvocato della class action Roberto Fazzi, indirizzata a tutti i componenti della giunta regionale (governatore Enrico Rossi compreso) perché diano attraverso gli uffici una risposta esaustiva a tutti questi dubbi prima di rilasciare eventuali nuove autorizzazioni di Via e Aia. E dato che la conferenza dei servizi si riunirà l’8 settembre proprio per decidere sul verdetto, la richiesta del fronte del No è quella di allungare i tempi del procedimento, così da poter approfondire gli aspetti tecnici sollevati da Annino. «Se le nuove autorizzazioni saranno comunque rilasciate – avverte Barocci – presenteremo un nuovo ricorso al Tar sulla base (anche) dello studio di Annino». Il sospetto degli ambientalisti, infatti, è quella che alla fine la Regione rilascerà nonostante le varie osservazioni fatte una nuova Via a Scarlino Energia, magari con una serie di prescrizioni «da lasciare ai posteri su cui nessuno controllerà mai», continua il fronte del No, riunito dal Forum Ambientalista al Comitato in questa diffida. Ma stando a quello che scrive l’ingegnere genovese non basterebbero centinaia di prescrizioni per evitare che l’inceneritore rilasci dosi anche massicce di diossina nell’aria. «Questi vecchi forni non si presentano per la loro speciale tecnologia a un ottimale incenerimento dei rifiuti – spiega in buona sostanza Annino – In particolare, i forni non dispongono di volumi a falle dei forni stessi, tecnicamente definiti camere di post-combustione, cioè volumi con dimensioni e caratteristiche di legge per consentire il migliore abbattimento degli inquinanti». Tradotto: essendo datati, questi forni non sono in grado di abbattere l’eccesso di diossine prodotte dall’inceneritore. Un problema che si accentua quando l’impianto subisce una fermata, per un problema tecnico o altro. Casi piuttosto frequenti nel suo ultimo periodo di vita, dato che dal gennaio 2013 al marzo 2014 ha subito ben 135 stop and go. Da qui, arriviamo al secondo punto centrale del parere di Annino preso in considerazione dal fronte del No. «In tutti i casi di blocco dell’impianto sono emessi in atmosfera fumi inquinanti non trattati – spiegano gli ambientalisti – Ciò è illegittimo in quanto le emissioni sono sicuramente fuori dai limiti di legge, la quale prevede che i fumi dai forni attraversino un sistema di filtrazione e trattamento prima di essere scaricati in atmosfera». Anche qui, Barocci traduce in parole più semplici: «quando l’impianto subisce un fermo, le emissioni non passano dal camino principale ma da uno di servizio, che non ha filtri». Senza considerare, poi, che una delle osservazioni presentate al progetto di rilascio Via (quella della Coldiretti) evidenzia la scarsa altezza dei camini. Il risultato di un sistema simile porterebbe ad amplificare l’inquinamento già abbondante nella piana del Casone. Lo studio di Annino infatti si lega perfettamente all’osservazione firmata da Lodovico Sola, in cui ha scandito la forte contaminazione dei terreni e della falda. Argomento che riporta l’attenzione sul Canale Solmine, quello di ritorno al mare, per cui sono stati stanziati oltre 200mila euro per la bonifica ma ancora non ne è stato speso neanche uno. Questioni impiantistiche che hanno bisogno di un approfondimento prima di nuove autorizzazioni, almeno secondo gli ambientalisti. Tanto da diffidare tutto il governo regionale a rilasciare Via e Aia prima di avere riscontri scritti su questi aspetti sollevati da Annino non da Scarlino Energia ma dagli uffici pubblici di controllo. Chiedono insomma di allungare il procedimento. E risposte chiare.
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