Lutto
Mistero “palmenti”: si rafforza l’ipotesi di vasi per l’uva
CASTEL DEL PIANO. I “palmenti”, ovverosia le vasche scavate nella pietra con foro centrale, continuano a sollevare curiosità e dubbi fra i ricercatori. Il rinvenimento, nei dintorni di Castel del...
CASTEL DEL PIANO. I “palmenti”, ovverosia le vasche scavate nella pietra con foro centrale, continuano a sollevare curiosità e dubbi fra i ricercatori.
Il rinvenimento, nei dintorni di Castel del Piano, di due vasche ricavate nella roccia, segnalate dallo speleologo Giovanni Cannavale che afferma che non siano state ancora ufficialmente censite, suscitano l’attenzione di esperti in materia.
È però soprattutto l’utilizzo di queste vasche e l’incertezza della datazione che provocano molto interesse e spingono a formulare diverse ipotesi.
Riccardo Pivirotto, archeologo di Pitigliano e Sorano, concorda con l’ipotesi che le vasche individuate dallo speleologo Giovanni Cannavale nella campagna di Castel del Piano, ricavate nel peperino, composte da una monovasca e interamente ricavate in una escrescenza litica, presentino caratteristiche tali da far supporre il loro utilizzo per la spremitura dell’uva. Proprio come gli splendidi palmenti di Potentino di Seggiano.
«La mia esperienza archeologica più che decennale presso l’insediamento rupestre di Vitozza, compreso nell’area del Parco archeologico di Sorano – spiega Pivirotto – mi ha permesso di individuare e censire una cospicua presenza di questi singolari manufatti, comunemente detti “palmenti”, perché “palmes” è il nome latino del tralcio di vite».
La maggior parte dei palmenti situati nell’abitato medievale – prosegue Pivirotto – sono tutti interamente ricavati nella roccia vulcanica e presentano una tipologia a doppia vasca, separata da una paratia di ridotto spessore nella quale è presente un foro per la defluizione del liquido. Simili per forma e impostazione a quelle presenti nell’Italia meridionale: a Belvedere Marittimo, Ferruzzano e Albano di Lucania sono riconducibili all’epoca Bizantina, quando insediatisi nel meridione d’Italia a seguito delle persecuzioni iconoclaste, nella creazione di primordiali industrie per la trasformazione dei prodotti agricoli, insegnarono agli abitanti del luogo come realizzare nella roccia i “palmenti”».
La diversa destinazione d’uso di questi bacini, nonostante la loro rozzezza, affonda le sue radici nella cultura greca. «I greci rievocarono le figure leggendarie delle menadi e dei satiri, seguaci di Bacco, con gusto e piacere – prosegue l’archeologo – come dimostra l’anfora datata al 540 avanti Cristo e decorata da Amasi di Atene, che mostra una scena di Satiri impegnati nella vendemmia. Uno raccoglie l’uva, un altro la pigia in un tino dal quale il mosto cola direttamente in un recipiente interrato, simile a queste vasche».
Una spiegazione affascinante e che poggia su solide basi. Eppure in questo intricato “cold case” ancora la certezza di cosa siano state quelle antiche vasche non c’è ancora.
Lo stesso Pivirotto afferma che «per una migliore identificazione storica del manufatto si debba tenere conto di diversi elementi, ma soprattutto, per individuare il periodo e il suo utilizzo, credo che avviare un’indagine archeologica sia la cosa giusta da fare». (f.b.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
