Proteste
La Laguna muore. I pescatori: «Non sappiamo se ce la faremo»
Pontili deserti e pensieri cupi alla peschiera. Sulla laguna ora incombe anche il rischio licenziamenti. Difficile salvare il poco rimasto
ORBETELLO. Davanti al cancello verde delle peschiere di Ansedonia non ci sono auto. Di quel brusio concitato dei giorni scorsi non è rimasto nulla. Nessun mezzo a fare avanti e indietro trasportando sacchi pieni di pesci con gli occhi sbarrati. Nessun vociare di pescatori in cerca di un barchino libero, di un coppo per recuperare le orate e le spigole che galleggiavano fino a pochi giorni fa nella laguna di levante. L'emergenza del recupero è davvero finita.
Varcando quel cancello, però, i segni di ciò che è avvenuto pochi giorni fa sono ancora tangibili, agli occhi e anche all'olfatto. Gettando lo sguardo verso l'acqua si vedono ancora alcune parti di carcassa galleggiare. A pelo d'acqua si intravedono minuscoli brandelli di pesci ormai decomposti. I pescatori, nonostante la drammaticità degli eventi, hanno però agito in fretta e recuperando quasi tutto il pesce morto hanno scongiurato un’emergenza sanitaria.
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A presidiare le peschiere di Ansedonia, ora c’è un solo uomo, Daniele Grandi. Maglietta rossa e pantaloncini, mani sui fianchi e sguardo coperto dagli occhiali da sole. È lì, in piedi, a guardare con occhi pieni di speranza il poco pesce che è rimasto, quello che si è salvato dalla moria. «Abbiamo salvato questa piccola quantità di pesce – dice – però la stagione è lunga e questi pesci non possono stare rinchiusi in piccoli spazi fino a settembre». Quel pesce che è abituato a nuotare negli spazi aperti della laguna ora è tutto concentrato lì, in un fazzoletto d'acqua. «È come se avessero il cervello atrofizzato – spiega il pescatore – sono troppi in poco spazio, non si riposano mai stando sempre alla corrente per cercare l'ossigeno e alla fine si potrebbero lasciare andare».
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Un destino, quello del poco pesce salvato, che sembra, per Grandi, segnato. Gli animali sono stressati. Orate e spigole hanno subito un trauma da quanto successo durante la moria. Quella notte una moltitudine di pesce, centinaia di migliaia di esemplari gli uni vicini agli altri, si è ammassata nella stessa zona per cercare di catturare bolle di ossigeno per sopravvivere. Alcuni quell'aria l'hanno respirata, per altri è arrivata, inesorabile, la morte. E nella loro ricerca di salvezza si sono feriti e ne portano i segni sulla loro pelle, alcuni anche sfiorati dalle eliche delle pompe. Guarda i suoi pesci Grandi e non c'è ottimismo nelle sue parole. «Ci vorrebbe un grande abbassamento della temperatura ma so che non avverrà».
Daniele Grandi è socio della Orbetello Pesca Lagunare e pescatore. Dal 1980 lavora nella laguna di Orbetello e qualche moria, invernale ed estiva, l'ha vista ma questa, però, è diversa. «Erano morie di pochi quintali, questa però è un'altra cosa». Una moria inaspettata anche per le opere che col tempo sono state fatte, per le idrovore che avrebbero dovuto salvare il pesce. Non parla di colpe Grandi, ad accertarle, se ci sono, saranno gli organi competenti. Per lui responsabilità o meno il risultato non cambia. «Qui per tre anni pesci non ne avremo più a giusta taglia». A preoccupare il pescatore un dubbio. «C'era troppo pesce nella laguna di levante per non pensare che una parte non provenisse dalla laguna di ponente». Un dubbio che non lascia tregua perché fa pensare che anche a ponente il pesce sia diminuito. Un danno grande che potrebbe essere alleggerito – continua il socio della cooperativa – «dall'immissione, in primavera, di avannotti sui 300, 400 grammi che dopo qualche mese potrebbero essere pronti per la commercializzazione. Questo ci darebbe un po' di respiro e una bella spinta. Impossibile aspettare 30 mesi per veder crescere un pesce».
Grandi torna indietro nelle ore, nei giorni, e ricorda la mattina del 25 luglio. Nei suoi occhi c’è ancora la laguna «bianca di carcasse, uno spettacolo da paura».
Il suo sguardo è coperto dagli occhiali da sole ma la sua preoccupazione traspare. «Non so se ce la faremo a mantenere tutti i dipendenti. Qui prima della moria eravamo in dieci, ora non avrà più senso. Il pesce non c'è più. Qui basteranno due persone».
Pensieri scuri e poca voglia di parlare. È Gian Piero Prati, guardiano dell'impianto e socio della cooperativa. «Meglio stia zitto – dice infilandosi i guanti – o rischio di dire cose di cui poi potrei pentirmi». La stanchezza è tanta, ma tanta è anche la rabbia per un futuro incerto, per aver visto svanire quanto costruito in una vita. A parlare è, invece, Marco Aldi, anche lui socio dell'azienda. «La categoria – dice – ha lavorato giorno e notte per togliere tutto il pesce. Abbiano perso pesce di taglia commerciabile e di semina. Abbiamo subito una perdita grossa nel 2012, con l’alluvione, e l'azienda era già sotto pressione. Abbiamo fatto investimenti con i nostri beni personali. Ora è capitata una nuova catastrofe. Ci siano dati da fare per salvaguardare sia la stagione turistica che l'ambiente. Il nostro lo abbiamo fatto. Verranno dei mesi bui. I politici ed i tecnici ora devono fare il loro lavoro».
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