Il ritorno dei sopravvissuti alla Shoah
Due famiglie ebree in visita ai luoghi dove, bambini, vissero l’incubo della persecuzione e la generosità dei grossetani
GROSSETO. Il latte per i bambini passato attraverso il filo spinato dagli abitanti di Roccatederighi alle donne internate nel campo di concentramento allestito nell’ex seminario.
È uno dei ricordi d’infanzia di Rachel Waysborg che insieme al fratello Giacomo, al marito David Paserman, al cognato Leone Paserman (attuale presidente della Fondazione Museo della Shoah e personalità di spicco della comunità ebraica romana), ai figli e ai nipoti ha compiuto il suo viaggio della memoria nel Grossetano.
Qui infatti, quando i futuri sposi Rachel e David erano solo dei bambini e le loro strade ancora non si erano incrociate, hanno sperimentato il dramma della persecuzione antisemita ma anche la solidarietà della gente.
A raccontare la storia di questo viaggio della memoria denso di commozione è la direttrice dell’Isgrec, Luciana Rocchi, che ha accompagnato le famiglie Waysborg e Paserman durante la visita.
I Waysborg sono ebrei polacchi che arrivano ad Arcidosso dopo essere stati internati nel campo di Ferramonti di Tarsia in Calabria, costruito appositamente per gli ebrei stranieri. Ad Arcidosso vivono in regime detto di internamento libero finché nel novembre del 1943 un ordine di polizia impone il trasferimento degli ebrei presenti nel nostro territorio nel campo di internamento di Roccatederighi. Quando arrivano al campo Rachel ha quattro anni e il fratello Giacomo appena uno. Vi rimangono con i genitori fino al giugno del 1944 quando vengono trasferiti in un’altra struttura, il campo di Scipione di Salsomaggiore.
L’incontro con il direttore del campo di Scipione è decisivo perché, mosso a compassione per l’età dei bambini, decide di salvare l’intera famiglia Waysborg. Lo fa nascondendo i quattro nei sotterranei del campo all’arrivo dei tedeschi che li avrebbero trasferiti a Fossoli di Carpi, anticamera sicura verso i lager.
C’è una foto dei Waysborg poco tempo dopo quel salvataggio insperato: è diventata la copertina di un libro scritto dallo storico Marco Minardi, “Invisibili. Internati civili nella provincia di Parma”.
I fratelli David e Leone Paserman sono stati invece salvati a Pitigliano dove si erano rifugiati con la famiglia e dove tanti ebrei trovarono la salvezza grazie alla generosità dei pitiglianesi che sono stati dichiarati per questo “Giusti delle nazioni”.
Il viaggio della memoria dei Waysborg e dei Paserman ha toccato Ribolla, Roccatederighi e Pitigliano.
A Ribolla la delegazione è stata accolta dal sindaco di Roccastrada Francesco Limatola alla Porta del Parco insieme alla sua responsabile, Gabriella Pizzetti: qui infatti è allestita la mostra curata dall’Isgrec “Persecuzioni antiebraiche nella provincia di Grosseto 1943-1944” che Luciana Rocchi ha potuto illustrare a questo gruppo così speciale di visitatori. Poi la tappa doverosa a Roccatederighi per rendere omaggio alla lapide che nel parco dell’ex seminario ricorda i 38 ebrei deportati nel campo, tra cui Rachel, Giacomo e i loro genitori.
Il giorno successivo il viaggio della memoria è proseguito a Pitigliano con la visita della sinagoga e del ghetto. In particolare la sinagoga ha ospitato un incontro di amicizia e scambio di memorie tra ebrei e pitiglianesi con la consegna delle pergamene alle famiglie che hanno nascosto gli ebrei nelle campagne sottraendoli all'arresto tra 1943 e il ‘44. Oltre ai fratelli Paserman c’erano anche le famiglie Bemporad, Paggi e Servi.
«Rachel Waysborg mi ha raccontato che era già stata in vacanza sull’Amiata _ dice Luciana Rocchi _ e che vedendo i ricci delle castagne aveva avuto un primo flash della sua infanzia. Da lì ha cominciato a riannodare i fili della memoria: questo viaggio è stato quindi decisivo. Anche per me è stato emozionante incontrarla perché avevo fatto ricerche su di lei e sull’odissea della sua famiglia all’Archivio di Stato di Parma». Ma il viaggio della memoria è stato toccante anche per i figli e i nipoti di Rachel e David. «Ci hanno spiegato _ dice la direttrice dell’Isgrec _ che solo vedendo i luoghi e sentendo i racconti hanno capito davvero cosa è accaduto ai loro genitori e nonni».
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