Sicurezza
Laguna di Orbetello, i pescatori: «Lavoriamo da giorni a recuperare le carcasse»
Sono passate da poco le 9,30 di domenica 26 luglio. Il cancello delle Peschiere di Ansedonia è chiuso. Dentro si lavora, non sono ammessi curiosi
ORBETELLO. Sono passate da poco le 9,30 di domenica 26 luglio. Il cancello delle Peschiere di Ansedonia è chiuso. Dentro si lavora, non sono ammessi curiosi. La moria di pesci avvenuta nella notte fra venerdì e sabato nello specchio di levante della laguna di Orbetello è enorme e l’unico imperativo è lavorare.
Il cancello verde delle peschiere si apre, dall’altra parte appare Pier Luigi Piro, il presidente della Orbetello pesca lagunare. Piro ha 56 anni e da 8 è alla guida di un’azienda che ama profondamente e a cui dedica tutta la sua vita. Ci conduce dentro, sul volto ha impressi i segni di una grande preoccupazione.
Un’azienda, la Orbetello pesca lagunare, leader nel mondo, conosciuta a livello internazionale e chiamata a fronteggiare una delle più gravi emergenze della sua storia. Il presidente conduce dai suoi ragazzi. «Eccoli – li indica – questi sono i pescatori, ragazzi e uomini che stanno lavorando senza tregua da giorni per recuperare il pesce morto».
I pescatori sono lì a testa e schiena bassa. Sono a bordo delle imbarcazioni, o a terra. Ammassano e stivano il pesce che la laguna restituisce dopo la moria. Percorriamo alcuni metri. Ci avviciniamo alle imbarcazioni. All’interno sono tinozze stracolme di pesce morto, quintali di orate senza vita, affiorate nella laguna di levante recuperate, caricate e portate a terra dove vengono messe in grandi sacchi bianchi e stivate in attesa che la ditta Calussi di Grosseto smaltisca tutto calcolando così, nero su bianco, anche le quantità di pesce andato perso.
Avanziamo di alcuni metri. E la laguna appare ai nostri occhi nella sua interezza. Lo spettacolo è di quelli che immagini ma che la realtà rende ancora più drammatico. Ovunque si posi lo sguardo c’è pesce che galleggia. Sotto una tettoia lo spettacolo è devastante, l’odore nauseante. Un’enorme distesa di pesce morto galleggia sulla laguna di Orbetello.
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L’odore della decomposizione inizia a essere forte. Entra nelle narici, toglie il fiato. I pescatori lavorano guanti e mascherina. «Raccogliamo il pesce con i retini dalle acque della laguna, lo carichiamo nei contenitori». Sul pontile San Biagio è un via vai di pescatori che recuperano il pesce e lo scaricano nei cassoni. I dipendenti della Orbetello pesca sono lì, passano accanto a Piro che dà loro una pacca sulla spalla, come un padre fa col figlio che vive un momento difficile. Un gesto di consolazione e affetto per chi fa parte di una grande e unica famiglia, quella dei pescatori.
I muletti prendono i sacchi con le forche e portano tutto in un punto vicino all’uscita. «La quantità di pesce accatastato non si conta», scuotono la testa loro. Negli occhi dei pescatori lo sgomento e lo sconforto si mescolano alla fatica di chi da ore e ore sotto un sole cocente è lì che cerca di mettere al sicuro una parte della laguna di Orbetello che non c’è più. Un intero ecosistema, a levante, è compromesso.
I pescatori lo sanno. E lavorano perché la situazione non diventi ancora più grave.
L’ossigeno nella laguna manca, i pesci sono allo stremo, boccheggiano. Le anguille arrivano fino alle peschiere, sono lì a due passi dai pescatori, con la testa fuori dall’acqua e sul cemento, vagano in cerca di ossigeno, quello che è mancato e che ha già fatto morire altro pesce.
La stima dei danni non è ancora quantificabile ma si parla di milioni di euro. Un’azienda messa in ginocchio dall’alluvione, che solo da poche settimane aveva avuto la notizia che era stata ammessa ai rimborsi per i danni del 12 novembre 2012 e ora deve fronteggiare un’altra gravissima emergenza, una moria di proporzioni ingenti: 50 dipendenti, 50 famiglie in apprensione e 49 soci che hanno anche messo mano al portafoglio per cercare di tenere in piedi un’azienda conosciuta in tutto il mondo. Un danno di tutti, un recupero difficile che i pescatori, da soli, con la forza delle loro braccia stanno realizzando per non compromettere ancora di più un ecosistema già al collasso.
Lo spettacolo della morte diventa poi ancora più desolante in mezzo alla laguna dove ci porta un pescatore con il suo barchino. Pesce che galleggia a perdita d’occhio, accatastato sulle sponde della laguna. A pelo d’acqua sogliole, orate piccole e grandi. La desolazione più si va in mezzo alla laguna e più aumenta. I pescatori sono allo stremo, il sole è cocente, i turni di lavoro interminabili. Sono lì dalle 6 del mattino, ogni tanto vengono a mangiare un boccone e a bere acqua. I loro visi, sebbene abituati a lavorare sotto il sole, sono stravolti. La fatica si fa sentire e la preoccupazione anche. Qualcuno raccoglie il pesce e scuote la testa. Sono tante le cose da fare come cercare di non perdere il pesce rimasto. Le decisioni sono difficili, cruciali. Tutte prese di concerto. Ora non si può sbagliare.
Il pesce rimasto va difeso con le unghie e con i denti ne va del futuro dell’azienda. Alle peschiere di Ansedonia si vede la morte, si respira il suo odore. La morte però l’hanno nel cuore anche i pescatori che vorrebbero qualcuno spiegasse loro cosa è successo, e perché un vento di scirocco abbia complicato tutto. «Nel 2015 – dice Piro - non si può lavorare sperando che non arrivi lo scirocco, non ci si può attaccare ai venti, al tempo e alle temperature». Lenzi aveva detto: «se viene lo scirocco muore tutto». A levante la laguna è morta.
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