La manifestazione
Inceneritore, il commissario si dimette
Paolo Rabitti mette nero su bianco i motivi: «Procedura irridente nei confronti di cittadini, associazioni ed enti pubblici»
FOLLONICA. Quando ha lasciato la sala Tirreno di Follonica, sabato mattina, in molti erano sicuri che non si sarebbe più seduto a quel tavolo. E avevano ragione. Paolo Rabitti ha presentato le sue dimissioni da commissario per conto dei contrari nell’inchiesta pubblica sul procedimento di rilascio di nuove autorizzazioni all’inceneritore di Scarlino.
«Una procedura che risulta irridente nei confronti dei cittadini, delle associazioni e delle amministrazioni comunali di Follonica e Scarlino»: così la definisce il consulente nella lettera inviata alla Regione Toscana in cui rimette il mandato. All’origine di questa decisione, oltre la scarsa organizzazione e i tempi strettissimi denunciati sabato, anche uno strano modo di condividere la documentazione necessaria: ad esempio lo studio epidemiologico in cui si legge che lo stato di salute della zona intorno all’impianto «è migliore rispetto al resto della provincia». Uno studio concluso l’8 giugno ma accessibile ai commissari solo il 9 luglio. Un mese dopo, durante il quale ci sono state ben due sedute della Conferenza dei Servizi, pubblicato proprio alla vigilia dell’adunanza plenaria dell’inchiesta. «Non è mio compito né in mio potere accertare se qualcuno ha appositamente voluto ritardare la possibilità da parte degli enti partecipanti alle Conferenze dei Servizi di poter consultare i suddetti documenti, anche se mi auguro ulteriori sviluppi – dice Rabitti nella conclusione della sua lettera – Posso solo ribadire con estrema tranquillità che se qualcuno ha sabotato l’inchiesta pubblica, come affermato dal dottor Periccioli, non sono certo stato io».
Il presidente di Scarlino Energia, Moreno Periccioli, ha usato proprio questa espressione sabato quando il consulente ha lasciato la sala: «sabotaggio», inteso come il tentativo da parte dei contrari all’impianto, rappresentati appunto da Rabitti, di bloccare o comunque ritardare al più possibile il procedimento. Buona parte di quella torrida giornata follonichese è riassunta nella lettera di dimissioni, dove trovano spazio diversi stralci del verbale, che l’ormai ex commissario ha inserito per chiarire le sue motivazioni. In prima battuta c’è il problema della tempistica, già affrontata in sala, con la pubblicazione dei documenti prodotti o depositati in conferenza dei servizi arrivata soltanto ventidue ore prima dell’adunanza follonichese. Troppo poco, così Rabitti ha chiesto una proroga per poter studiare al meglio le carte, il presidente Gianni Taddei ha risposto picche e lui se n’è andato. Ma in queste quattro pagine è posta soprattutto l’attenzione sull’accessibilità ai vari documenti e studi che riguardano l’eventuale riapertura dell’inceneritore, ormai chiuso da gennaio dopo la sentenza del Consiglio di Stato. Ad esempio, scrive Rabitti: «ad un certo punto il presidente dà conto di alcuni documenti Asl e Arpat da poco pervenuti». Si tratta di pareri scritti – riportano gli atti – a giugno. «Mi chiedo allora per quale motivo non sia stato possibile consultarlo prima del 10 luglio – continua l’ingegnere – il giorno successivo alla conferenza dei servizi in cui è stato presentato». Ovviamente, ciò significa che queste carte non sono state consultate neanche in quella seduta della conferenza. Poi c’è lo studio epidemiologico sui cittadini di Follonica e Scarlino, prodotto dall’istituto e la prevenzione oncologica di Firenze, prodotto appunto l’8 giugno. «Durante la conferenza dell’11 giugno, nessuno ci ha parlato né dell’effettuazione né della conclusione di questi studi, che sono stati resi noti solo un mese dopo, durante la cds del 9 luglio e resi disponibili soltanto nella tarda mattinata del 10 luglio sul sito della Regione, a meno di 24 ore dall’inizio dell’audizione». Eppure, già in quella seduta dell’11 giugno, Rabitti aveva lamentato «l’assenza di un approfondimento epidemiologico». Nessuno però ne fece parola, benché fosse già stato stilato. Da qui, la conclusione dai toni amari del consulente. «Prendo atto della mancata trasmissione di questi importantissimi documenti e dell’impossibilità di poterli valutare ed eventualmente esprimere osservazioni nell’ambito dell’inchiesta pubblica. Ribadisco di non poter svolgere il mio ruolo da commissario, non potendo legittimare con la mia presenza una procedura che risulta irridente per cittadini, associazioni e amministratori». Quindi, «rassegno le mie dimissioni».
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