Il Tirreno

Grosseto

Pecore hi-tech e il formaggio è ultrabio

di Fiora Bonelli
Pecore hi-tech e il formaggio è ultrabio

Albinia, tradizione e innovazione nell’azienda di Farina: il chip registra la salute dei capi e ottimizza mangime e mungitura

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ALBINIA. Professione pastore, un mix di tradizione e innovazione. È in Maremma, ad Albinia, l’allevamento più tecnologico d’Italia, ispirato a quelli presenti in Israele. Pecore con il chip, sensori, controlli continui del foraggio e dei processi di produzione. E il formaggio, con la tecnologia che guarda al futuro ma che esalta gli antichi saperi, sa di storia e tradizione.

Il pastore più hi-tech d’Italia si chiama Luigi Farina e il suo allevamento è ad Albinia. Dove in mezzo a campi e aria incontaminati, si trovano le stalle e gli animali, seguiti da una tecnologia che, almeno in Italia, non si trova negli ovili, ma negli allevamenti di bovini e raramente di bufale. Una filiera che si regge sul rispetto delle tradizioni, sul controllo della qualità, sostenibilità e analisi dei contaminanti.

Ogni pecora di Farina, famiglia sarda ma da generazioni trapiantata nel Grossetano, è dotata di un microchip che registra lo stato di salute dell’animale, la sua vita, quanti pasti ha effettuato e se deve e può essere munta.

«L’idea – spiega Farina – è nata dal bisogno di gestire una grande mandria con le stesse cure di una piccola. Così abbiamo chiesto aiuto alla tecnologia, perché per tenere sotto controllo oltre mille pecore ci vuole una mappa. E quella ce l’ha fornita il computer».

Farina è partito con le pecore dell’azienda di famiglia, un gregge di 300-400 capi e oggi le pecore sono diventate 1.200. «Il sistema tecnologico computerizzato – aggiunge – monitorizza tutti i 1.200 capi, li seleziona, dà un quadro della produzione. Non potremmo fare la stessa cosa con le sole risorse umane senza microchip e senza computer».

Ed è infatti proprio la gestione del computer che conta le pecore, le divide, le guida verso la mungitura se sane, o verso una zona di quarantena se c’è qualche problema, come, ad esempio, la mastite.

La tecnologia utilizzata da Farina si appoggia alla ricerca universitaria. «La realizzazione dei software e della tecnologia di gestione dell’allevamento – spiega Farina – è importata da Israele, dove è diffusa negli allevamenti più grandi, con risparmi di risorse ambientali ed economiche e livelli più bassi di stress agli animali».

La produzione è bio con controlli continui. Erba, integrazione con foraggio fresco, fieno, prodotti in azienda, seguono i dettami della produzione biologica fino dal 1995 per arrivare nel 2001 alla certificazione bio.

Farina però vuole andare oltre e ha affidato al Bioscience research center di Fonteblanda il controllo della filiera produttiva, per aumentare la qualità dei prodotti e diminuire gli impatti ambientali.

«Farina produce formaggio biologico con il minimo impatto ambientale: basso consumo di acqua, energie da fonti rinnovabili», spiega Monia Renzi, amministratore di Bsrc.

«Stiamo valutando la qualità degli ambienti di vita degli animali, degli ambienti di stoccaggio del foraggio e del latte e di produzione del formaggio, per monitorare i contaminanti, anche quelli non previsti dalla legge sul biologico, normalmente presenti in ogni ambiente, per un prodotto ancora più pulito e salubre che ci piace definire ultrabiologico», dice Cristiana Guerranti, esperta in sicurezza alimentare e direttore scientifico del centro.

E in fatto di predazioni, Farina come se la passa? «Le predazioni ci sono – spiega Guerranti – sebbene ci sia il recinto, ma è un fenomeno che non incide molto nell’economia dell’azienda».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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