Il Tirreno

Grosseto

La chitarra sotto le stelle per cantare l’allegria

Paolo Polverelli, Fabrizio Casini e Alessandro D'Amato
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Paolo Polverelli, Fabrizio Casini e Alessandro D'Amato

I ricordi dei compagni di università che dividevano con Paolo l'appartamentoa  Firenze

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GROSSETO. «Tra i pezzi di moto assemblate, rally con i nostri "maggiolini" per i sentieri di Sticciano, cene goliardiche tra amici, fantastiche canzoni cantate a squarciagola e accompagnate con la tua inseparabile chitarra, formidabili sketch improvvisati insieme in piazza della Signoria nelle nostre serate primaverili da universitari sotto gli occhi sbalorditi di amici e passanti. Ciao Paolino, questa notizia è devastante, veramente troppo e allora per cercare di narcotizzare il dolore che provo nel cuore voglio solo pensarti così». Il messaggio che Massimo Felicioni, uno studio di architettura a Grosseto, ha voluto lasciare a Paolo Polverelli racconta la storia di un’amicizia che si perde nelle strade di Grosseto e che fa fare un balzo indietro di oltre quarant’anni. Ai tempi dei calzoni corti, delle scuole elementari e medie, dei primi incontri nella zona di via Caravaggio dove i due ragazzini vivevano. «Abbiamo condiviso una bella fetta di vita insieme - dice Felicioni - ed erano anche gli anni più belli, quelli del liceo scientifico e dell’Università». Paolo si era iscritto a ingegneria, massimo invece frequentava architettura. «A Firenze vivevamo in due case diverse - ricorda - ma eravamo un bel gruppo di maremmani che si era trasferito là per studiare e ovviamente non perdevamo occasione per stare insieme». C’era l’architetto Fabrizio Casini, che viveva nella stessa casa di Paolo, c’era l’avvocato Alessandro D’Amato, c’erano tanti altri grossetani che poi sono diventati professionisti, come Paolo. «Suonava la tromba, la chitarra e la batteria - dice Fabrizio Casini - lui amava la musica e noi seguivamo la sua onda. Sia che si fosse a Firenze, o che si organizzassero falò sulla spiaggia». Poi, una volta tornati a Grosseto dopo la laurea, le strade di quel gruppo di giovani studenti si sono divise. «Spesso organizzavamo cene per ritrovarci - aggiunge Felicioni - e lui era capace di ammaliarci tutti. Ci contaminava con la sua allegria e con quel vivere le sue passioni fino in fondo. Alla fine per tanti di noi è stato quasi un maestro oltre che un amico sincero». (f.g.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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