Il Tirreno

Grosseto

Interdittiva antimafia Il Tar blocca l’Agrideco

di Alfredo Faetti
Interdittiva antimafia Il Tar blocca l’Agrideco

L’azienda di Scarlino aveva fatto ricorso contro la decisione del Prefetto Ma i giudici confermano: troppe ombre ancora da dissolvere intorno alla società

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SCARLINO. Rapporti di lavoro con una ditta capace di gestire «abusivamente ingenti quantitativi di rifiuti speciali pericolosi e non», collegata «ad ambienti della criminalità organizzata di tipo camorristico e in particolare ai clan dei Casalesi»; ma anche con un’altra ditta vicina al capo indiscusso di una cosca calabrese. E poi il processo ancora in corso per «omicidio colposo o lesioni gravissime». Un quadro inquietante, per molti versi ancora tutto da dimostrare, ma in ogni caso sospetto.

Per questo il Tar della Toscana ha dato piena ragione alla Prefettura di Grosseto, che a fine 2014 su informativa della Dia ha fatto scattare un’interdittiva antimafia nei confronti dell’Agrideco srl di Scarlino, impegnata in lavori di bonifica in un’area del Mantovano, a Valli di Mosio, dove ha vinto un appalto per circa sette milioni di euro. La società si è opposta subito al provvedimento, ma il giudice, nei giorni scorsi, ha confermato in blocco la decisione del Prefetto.

Partiamo dalla fine. Siamo nello scorso autunno e la società Agrideco vince l’appalto nel comune di Acquanegra per ripulire un’area dove negli anni Settanta un ex polo chimico ha abbandonato oltre seimila tonnellate di materiale in buona parte considerato pericoloso. La società si mette subito in moto per far partire gli interventi ma viene stoppata dalla Prefettura, che fa scattare un’interdettiva antimafia, con effetto immediato, sulla scorta dei contenuti di un fascicolo arrivato da Roma. In quelle pagine, infatti, si fa riferimento ai trascorsi dell’amministratore unico della società, che detiene il 19 per cento delle quote di Agrideco, e di suo marito, che invece è il socio di maggioranza con il 50,5 per cento. È soprattutto quest’ultimo l’uomo sui cui si appuntano i rilievi della Prefettura, per almeno cinque motivi: uno per ogni indagine che l’ha visto in qualche modo coinvolto.

Il primo riguarda il caso che ha portato Agrideco sotto i riflettori delle cronache internazionali: un traffico illegale di rifiuti pericolosi in cui, tra l’altro, la società si sarebbe avvalsa della collaborazione di una ditta di trasporti ritenuta dalla Dia vicina al clan dei Casalesi: tutto scoperto dopo la morte di un operaio durante l’incendio nel capannone del 2010 (seconda indagine).

Il terzo punto conduce in Liguria, dove Agrideco e i suoi rappresentanti sono finiti al centro di un procedimento penale con l’accusa di aver «organizzato un cartello con altri imprenditori e monopolizzato l'esecuzione di opere pubbliche sul territorio, pilotando illecitamente le gare di appalto riconducibili all'opera di bonifica delle ex acciaierie Italsider di Genova Cornigliano (anni 2006/2009)».

Poi c’è un avviso orale emesso al socio maggioritario dal questore di Livorno per una «frequentazione documentata agli atti» con un imprenditore calabrese che opera a Castagneto Carducci, su cui pendono «precedenti penali per i reati di associazione a delinquere, anche di stampo mafioso».

Infine, quinta indagine e quinto punto nel provvedimento prefettizio, Torre del Greco (Napoli), dove Agrideco avrebbe tenuto rapporti con una ditta anch’essa finita sott’occhio dell’antimafia, ritenuta vicina alla famiglia camorristica chiamata Belfiore.

Il ricorso presentato dai difensori del socio maggioritario ha mirato a smontare questo profilo, spiegando punto per punto che le varie accuse ancora non sono arrivate a condanna: sul traffico illegale di rifiuti è solo imputato; per la morte dell’operaio siamo ancora all’udienza preliminare; per i fatti di Genova non c’è stato alcun rinvio a giudizio e per quelli di Castagneto Carducci l’avviso orale non è stato rinnovato. Tutto sacrosanto, dice il Tar nella sentenza, ma «il quadro così descritto _ aggiunge – conforta le conclusioni della Prefettura». Sia «per il coinvolgimento della società in vicende di rilievo penale legate all’illecita gestione dei rifiuti», sia «per i ripetuti contatti con soggetti ritenuti collegati alla criminalità organizzata».

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