La manifestazione
Il Grifone torna all’inferno
Squadra non iscritta al campionato di Lega Pro: è la fine di un’epoca
GROSSETO. Game over. Ieri pomeriggio alle 19 si è concluso ufficialmente il periodo d'oro del calcio grossetano, l'epoca Camilli.
Il Comandante aveva annunciato quindici giorni fa l'intenzione di abbandonare il mondo del calcio. Fino all'ultimo lo zoccolo duro della tifoseria biancorossa ha sperato che si trattasse di un coup de teatro, dell'ennesimo “al lupo al lupo”. Stavolta, purtroppo, è tutto vero. L’Us Grosseto ripiomba tra i dilettanti nella più totale indifferenza (solo Fabrizio Rossi, il capogruppo di Fratelli d'Italia-An ha invitato Camilli a tornare sulla sua decisione), scompare dal calcio che conta, dopo un periodo indimenticabile e, probabilmente, mai più eguagliabile. Sotto la gestione dell'imprenditore di Grotte di Castro l'ultracentenaria Unione sportiva ha raggiunto traguardi impensabili quindici anni fa: nel giugno 2009 i biancorossi sono arrivati ad un passo dalla serie A, che avrebbero potuto raggiungere probabilmente senza il calcioscommesse e qualche arbitraggio scientificamente contrario.
Sulle decisioni che hanno portato Camilli a non iscrivere la squadra hanno influito la stanchezza fisica e mentale, i rapporti sempre più tesi con l'attuale amministrazione comunale, che ha osservato da lontano la morte del Grifone (come fece la giunta Valentini nel 1995…), ed alcuni episodi avvenuti negli ultimi anni, nelle ultime settimane che hanno tolto al Comandante, l'entusiasmo di un tempo e sembrano lontano anni luce le parole del 13 maggio 2007: «Andare in serie B è come vedere le stelle nel mese di gennaio, una cosa da mettere i brividi».
Piero Camilli, assistito dall’amico e consigliere Augusto Brozzi, ex sindaco di Pitigliano (morto in un incidente nel 2009) rilevò per ottanta milioni la società da Moretti, Santini, Baldi e Osti, che erano pronti a dare le chiavi al sindaco Antichi, portando in dote l'esperienza dirigenziale fatta con la società del suo paese, la Castrense, che portò dalla 3ª categoria alla coppa Italia dilettanti. Quell'affare costò sugli 80 milioni di lire.
Dall'esordio in serie D del 2001-2002 il Comandante, che fin da piccolo ha frequentato Grosseto («Mio padre veniva ogni settimana alla Camera di commercio», ama ricordare), al torneo di Lega Pro concluso lo scorso maggio con la salvezza, ha alternato sulla panchina biancorossa qualcosa come 48 anni, tanto da guadagnarsi la fama di “mangia-allenatori” che non ha mai accettato. Camilli ha portato alle stelle l'entusiasmo della città, che però si è divisa quando le cose sono cominciate ad andare meno bene, proprio dopo aver fallito l'obiettivo la promozione in serie A.
Prima di mantenere la parola spesa di non iscrivere la squadra, in questi anni il patron ha manifestato più volte l'intenzione di mollare tutto, la prima all'indomani della sconfitta con il Rimini nella semifinale playoff 2002-2003 e il diverbio con il designatore arbitrale Bergamo e l'arbitro Romeo, reo di aver annullato un gol di Nicoletti regolarissimo. Ma qualcosa si incrinò nel rapporto tra Camilli e il Grifone dopo la semifinale di ritorno con il Livorno, condizionata da un arbitraggio a tratti scandaloso dell'arbitro Celi, che fece rimanere in sette giocatori un Grosseto che era partito dal 2-0 dell’andata. E molto ha influito anche la delusione nella stagione 2009-2010. Dopo aver sfiorato i playoff con una squadra nata per tentare il salto in A, la squadra fu tradita da un gruppo di giocatori che vendevano le partite. Lì inizio la parabola discendente del Grosseto, che non è riuscito più a rimanere ai vertici della serie B (nonostante lo sforzo fatto da Camilli, che nel gennaio 2011 spese addirittura 1 milione e mezzo di euro per cercare di agganciare i playoff) ed anzi ha dovuto fare i conti con la prima retrocessione della sua carriera, anche a causa del processo sul calcio scommesse, con la società costretta a patteggiare sei punti di penalizzazione e poi retrocessa e successivamente assolta.
Episodi che hanno finito per stancare Piero Camilli che nell’estate del 2012 ha messo in vendita il “gioiello di famiglia”, trovando solo però imprenditori con poche risorse, come nel caso della cordata di Ceniccola che rimase proprietaria del Grifone per sei giorni, prima del ritorno in sella di Camilli. Ieri è stata infine scritta la pagina più amara, che nessuno avrebbe mai voluto leggere.
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