Il Tirreno

Grosseto

Segnalare non basta, serve il contatto umano

Francesca Ferri
Il direttore del Coeso Fabrizio Boldrini (foto Agenzia Bf)
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Il direttore del Coeso Fabrizio Boldrini (foto Agenzia Bf)

 Boldrini (Coeso): "La marginalità sociale nasce da un combinato di paura, solitudine e malattia"

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GROSSETO. «La sola segnalazione di una situazione di questo tipo da parte dei vicini non basta. Non è come chiamare i vigili del fuoco perché c’è un incendio. Un vicino non deve solo segnalare ma costruire una relazione. Ed è difficilissimo perché ognuno ha la sua vita, i suoi ritmi. E poi spesso la persona in difficoltà non vuole aiuto».

Fabrizio Boldrini, direttore del Coeso-Società della Salute di Grosseto, che opera nel capoluogo e nei comuni limitrofi, non è sorpreso del caso della famiglia del sud della provincia rimasta chiusa in casa per trent’anni tra sporco e rifiuti, né del sessantacinquenne trovato morto a Saturnia nel suo appartamento, anch’esso in condizioni oltre l’immaginabile (i due casi ricadono in aree non di competenza del Coeso). «Casi come questi sono rari, ma ci sono», dice.

Direttore, cosa succede nella mente di queste persone?

«In certe situazioni di marginalità assoluta la causa di certi comportamenti è sempre un combinato di situazioni diverse in cui la paura dell’esterno e la paura di non farcela si combinano con una riduzione delle reti sociali, che una volta c’erano e che adesso sono ridotte, vista la complessità della nostra vita. E così le persone che hanno paura non trovano sostegno per eradicare questi elementi».

Basta questo?

«No. Ma se a questo si aggiungono elementi psichiatrici di depressione, sindromi bipolari eccetera, che accentuano o vengono accentuati da altre situazioni o da altre malattie fisiche che spingono alla marginalità perché creano non autosufficienza, il combinato di queste cose porta alcuni individui a perdere la relazione con il reale».

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Perché accumulare oggetti, non buttare via nemmeno la spazzatura?

«Perché si perde la relazione con le cose».

Come si interviene?

«Sono condizioni subdole, perché non si manifestano; le persone che ne sono colpite non se ne accorgono. In una rete di relazione, familiari e amici se ne rendono conto e si mobilitano. Ma per chi non ha una rete familiare e si chiude in casa, nessuno se ne accorge. Una volta il vicinato si faceva carico di tutto, anche troppo: oggi si può essere dirimpettai di pianerottolo e nemmeno conoscersi».

Nel caso della madre e dei suoi due figli, però, i vicini e i parenti hanno cercato di intervenire.

«Conoscere le situazioni di marginalità è il primo elemento per intervenire. Poi c’è il tentativo è di agganciare le persone che a volte è difficile perché i diretti interessati non vogliono. Il trattamento sanitario obbligatorio è rarissimo e l’intervento sociale obbligatorio non esiste: se uno non vuole far entrare nessuno in casa sua, non si può fare niente. In questo caso si tratta di una malattia vera e propria, per questo i vicini non hanno potuto far niente».

Una volta aperto un varco, come si recuperano queste persone?

«Ricostruendo una rete per rimuovere le cause che hanno portato una persona nella situazione di marginalità. In alcuni casi, quelli provocati da malattie che non si possono curare, la situazione non si può risolvere. Se invece la marginalità è data solo da povertà e solitudine si può fare molto».

Cosa?

«Noi del Coeso mobilitiamo tutti, dalle parrocchie ai volontari, dai ragazzi a cui diamo crediti formativi al vicinato, che deve creare un’alleanza con i servizi sociali. Poi ci sono progetti, come ad esempio “Non più da soli” che il Coeso finanzia, in cui le persone vengono prese in carico, il giorno vengono portate al centro anziani e lì fanno le loro attività. Così si creano amicizie e reti. E funziona».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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