Proteste
L’accoltellatore: volevo difendermi
Per l’aggressione al Sacro Cuore, il marocchino per ora resta in carcere
GROSSETO. «Signor giudice, mi sono solo difeso. Aveva cominciato lui. Poco prima mi aveva preso a cazzotti, me ne aveva dati tre. Avevo solo provato a difendermi, lui è più grosso di me. Non volevo ferirlo, volevo solo tenerlo lontano».
E' questa la spiegazione che Mohamed Ben Said, 26 anni, marocchino indagato per il tentato omicidio nei pressi del Sacro Cuore, ha dato al gip Marco Bilisari che lo ha interrogato in carcere. Un'udienza di convalida cui è seguita la decisione del giudice di lasciare il giovane in carcere: Ben Said è un tipo che reagisce con il coltello anche solo se qualcuno rivolge uno sguardo di troppo alla sua ragazza; è uno che non è sempre credibile, specie quando dice che aveva con sé il coltello per tagliare il cocomero consumato poco prima con la sua ragazza; è una persona senza fissa dimora.
Fermo convalidato e carcere, in attesa che la Procura entri in possesso della consulenza del medico legale Rossano Santori che ha esaminato la ferita - apparentemente da taglio e non penetrante, ha osservato il difensore Diego Innocenti - aperta nel fianco sinistro di Ramses José Jimenez Napoles, cubano, coetaneo. Un esame che potrebbe ridurre il carico dell'accusa, derubricandola in lesioni volontarie. Carcere comunque giustificato, anche in questo caso, nota il gip, dopo quanto avvenuto intorno alle 18 di lunedì 1. Era stato lo stesso Jimenez a mettere parzialmente gli agenti della squadra mobile sulle tracce dell'aggressore, unitamente e soprattutto grazie a un testimone che aveva dato una descrizione molto minuziosa. Primo passo l'identificazione della ragazza bionda che era in compagnia di Said. C’era voluto un po’ di tempo ma alle 22.50 la polizia era a Barbanella e per strada aveva trovato la ragazza e Ben Said: tutti e due erano stati portati in Questura. Agli agenti la ragazza aveva dato la sua ricostruzione: aveva detto che era per strada con Mohamed, in bici, e che la coppia aveva incrociato un sudamericano che aveva apostrofato i due («che c… guardate?»). Mohamed aveva risposto, il sudamericano aveva sferrato due pugni. Mohamed aveva anche scaraventato la bici contro di lui, aveva aggiunto la ragazza. Poi il sudamericano era fuggito con una mano al fianco e la maglia sporca di sangue: «Mi ha accoltellato!», gridava. «Non sapevo che Mohamed avesse un coltello» ha detto la ragazza riferendo il gesto e smentendo quindi quanto da lui dichiarato a proposito del cocomero consumato insieme. La ragazza prima aveva detto agli agenti che l'arma era stata gettata in via Oberdan, poi aveva precisato che il lancio era avvenuto in via Manzoni, dove la polizia ha recuperato il coltello (6,5 centimetri di lama). Il testimone aveva poi riconosciuto chi aveva colpito Josè, così come la stessa vittima.
E il giudice basa molte delle sue considerazioni sulle parole del testimone, che ha ricostruito la scena nei dettagli. E che smentiscono l'indagato quando questi afferma di non aver inseguito Josè. Difficile conciliare la tesi della legittima difesa con l'inseguimento della vittima. Ben Said avrebbe potuto fuggire e invece, dopo avergli lanciato addosso la bici, si era riavvicinato a Jimenez: e se quest'ultimo è davvero di corporatura superiore, il marocchino avrebbe dovuto prendere le distanze e non insistere con l'inseguimento (la vittima si era rifugiata nel giardino di uno studio legale). A sfavore di Ben Said c'è anche il procedimento pendente per porto abusivo di armi. Insomma, per il momento non c'è altra misura che il carcere. Per il momento.
Pierluigi Sposato
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