La manifestazione
Uccise Irina: «Non è capace di intendere»
L’avvocato di Sergio Bertini presenta ricorso in appello per il tecnico informatico condannato a 30 anni
GROSSETO. Sergio Bertini, il tecnico informatico condannato a trent’anni di carcere dal giudice per l’udienza preliminare Valeria Montesarchio, è in carcere a Massa Carrara. La pena che deve scontare è lunghissima. Per questo il suo avvocato, Tommaso Galletti, ha presentato ricorso in appello contro quella sentenza. Un appello, quello del difensore dell’uomo che ha ucciso la sua compagna, Irina Meyntser, che si fonda principalmente su quello che è emerso nella perizia psichiatrica alla quale il tecnico informatico si è sottoposto: Bertini non sarebbe, per la difesa, capace di intendere e volere. E questo costituirebbe proprio il difetto di imputabilità nei confronti dell’uomo che ha ucciso Irina strozzandola prima di far sparire il suo cadavere gettandolo in un dirupo all’Argentario.
La ricostruzione che emerge dalla perizia, infatti, è ben differente da quella che si trova nella motivazione della sentenza di condanna. Una ricostruzione che si basa su un quadro psicopatologico ben delineato che spiega come Sergio Bertini, quella sera in quell’appartamento in via Ansedonia, non avrebbe potuto affrontare uno stress come quello al quale era stato sottoposto. Irina voleva andarsene da quella casa. E questo ha scatenato nell’uomo una rabbia incontrollabile che si è poi trasformata in quello stringere le mani attorno al collo della donna fino a soffocarla.
Nell’appello Tommaso Galletti ha chiesto anche la derubricazione del reato da premeditato a preterintenzionale, ma soprattutto ha chiesto che venisse rivista anche l’aggravante dell’abuso di relazioni tra i due. Il fatto che fossero conviventi non sarebbe stato un vantaggio per Bertini. Se avesse voluto agire con premeditazione probabilmente avrebbe portato Irina fuori casa prima di ucciderla.
Diversa la ricostruzione fatta dal giudice Valeria Montesarchio nelle motivazioni della sentenza. Ad uccidere la donna non è stato un folle, secondo il giudice, non è stato un uomo che non era capace di intendere e volere. È stato - secondo il giudice - un piano studiato da una mente lucida che già qualche mese prima aveva messo nero su bianco, raccontato in una lettera che è stata poi trovata a casa della coppia, che abitava in via Ansedonia, come Irina sarebbe morta. Era maggio quando la donna aveva chiesto ospitalità a un'amica. Voleva lasciare Sergio, voleva allontanarsi da quell'uomo che non le dava tregua. Era geloso, fino all'inverosimile. La pedinava, la seguiva ovunque ed era ossessionato dal fatto che lei avesse rapporti con altri uomini. Era terrorizzato dal poterla perdere, tanto da installarle nel cellulare un programma spia che trasmetteva i suoi spostamenti e anche le telefonate e i messaggi che inviava o riceveva. Atteggiamenti questi, che non sono, per il giudice, quelli di un folle.
Francesca Gori
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