Il Tirreno

Grosseto

«Il processo? Come un fallo di confusione»

di Pierluigi Sposato
«Il processo? Come un fallo di confusione»

Parla il difensore dell’architetto Pisino, incaricata dalla Sovrintendenza: qualcosa è successo, ma tanti non c’entrano nulla

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MONTE ARGENTARIO. L'altra volta l'avvocato Luciano Infelisi si era avventurato in una metafora tra il gioco in contropiede e quello della Juventus. Il calcio è evidentemente un mondo di cui piace parlare ai legali di Argentariopoli se anche ieri l'avvocato Alessandro Sorace vi attinge. E ci sono sorrisi in aula quando il difensore dell'architetto Patrizia Pisino parla del processo, ormai alle battute finali, paragonandolo ai casi in cui l'arbitro fischia in area «un fallo di confusione. Sì, qualcosa è successo ma non si sa bene cosa. Poi si vedrà».

Perché secondo il difensore della professoressa del liceo artistico comandata a prestare servizio alla Sovrintendenza, «qui qualcosa è successo, ma molti non c'entrano». E ai giudici del collegio (Pedone presidente, Ottati e Bilisari) spetta il compito di fare da “moviolisti”, distinguendo le posizioni, le responsabilità, le malefatte. Perché, dice Sorace, l'architetto è imputata come responsabile del parere «ma lei non è istruttore della pratica perché l'istruttoria non c'è. E' il Comune a occuparsi della tutela del vincolo. La Sovrintendenza dà un parere». Il difensore si meraviglia che non sia stato chiamato a rispondere in qualche modo l'allora sovrintendente, «perché è inverosimile che lui sia stato inconsapevole e si sia fatto raggirare da una professoressa che all’epoca era in servizio da nemmeno un anno» (e lo è ancora). L'avvocato spiega che non vi è stato alcun rapporto tra la Pisino e la dipendente del Comune, architetto Antonella Sabato: «Solo istituzionali, ma quali vacanze insieme!». Anche lui, come il codifensore Riccardo Pagni, invoca l'assoluzione perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto. «Con formula ampia», invoca anche Pagni che entra nello specifico delle condotte contestate, quelle delle pratiche Benedetti e Di Santi, rilevando che manca il presupposto nel primo caso («si parla di un muro alto una spanna») e che manca un documento che per legge non poteva essere richiesto nel secondo caso. Il pm Stefano Pizza aveva chiesto 1 anno e 10 mesi.

Per Alberto e Michele Di Girolamo, medici romani (richiesta dell'accusa 2 anni e 4 mesi), parla l'avvocato Anna Di Loreto. E per prima cosa fa pulizia da una serie di inesattezze: «Innanzi tutto non sono fratelli: Michele è il padre, ha 82 anni, ed è otorino in pensione; Alberto è il figlio ed è il dentista». E' a loro che l'architetto Augusto Donati si sarebbe “asservito” per le loro pratiche in cambio di prestazioni mediche gratuite anche in favore della moglie. «Ma quale asservimento? Quell'autorimessa interrata aveva ricevuto tre dinieghi, tre!», argomenta il legale. Sì, tra Alberto e Augusto c'erano rapporti di amicizia almeno ventennale, visto che l'architetto chiamava confidenzialmente l'otorino “Lupo Alberto” e quest'ultimo chiamava il dirigente “il capo dei capi”. Ma analizzando intercettazioni, sopralluoghi e altri elementi (come il fatto che la cura dentistica non era terminata) fa notare che «Di Girolamo si era limitato a fornire a Donati indicazioni per contattare una dottoressa a Roma, per un appuntamento al policlinico. Era solo un consiglio, un'indicazione di numero di telefono, per un'emergenza avvenuta un 10 agosto».

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