Il Tirreno

Grosseto

Rapinano la tabaccheria per disperazione

di Francesca Gori
Rapinano la tabaccheria per disperazione

Indagata una coppia di grossetani: disoccupati e vittime di usura mettono a segno il colpo e scappano con 180 euro

4 MINUTI DI LETTURA





GROSSETO. Si diventa rapinatori per fare soldi facili. Per non lavorare. Oppure, come nel caso della banda Bonnot, ci si arma di pistole e fucili e si assaltano banche per finanziare la causa anarchica. Nulla di tutto questo è successo lo scorso 12 luglio in via Tripoli. In quel caso, una coppia di grossetani, marito e moglie di 36 e 33 anni si sono trasformati in rapinatori per fame. Per acquistare un tozzo di pane ai due figli minorenni, dopo più di due anni che erano rimasti senza lavoro.

È stata la miseria a spingere l’uomo dentro la tabaccheria di via Tripoli alle 8.10 del mattino. È stata la fame e la disperazione a dargli la forza di far credere al commerciante di avere con sé una pistola per uscire pochi minuti dopo con un bottino magrissimo: soltanto 180 euro. Ma è stata anche la paura. Perché il trentaseienne e la moglie da più di un mese erano tenuti in pugno da una banda di delinquenti che sono stati poi arrestati per estorsione e usura.

È una storia che parte da lontano quella ricostruita dalla squadra mobile della polizia che il 12 luglio dell’anno scorso è intervenuta alla tabaccheria di via Tripoli per cercare le tessere del puzzle e ricostruire quello che era appena successo.

L’uomo è un’ex guardia giurata che ha perso il lavoro nel 2012 perché non aveva più la documentazione necessaria e perché la crisi aveva messo in ginocchio anche il settore della vigilanza privata. Nell’estate di due anni dopo, quando anche le famiglie di origine della coppia stavano attraversando diverse difficoltà economiche, un conoscente dell’uomo lo aveva messo in contatto con una persone che - gli aveva spiegato - avrebbe potuto fargli un piccolo prestito. Cento euro, quanto bastava per fare la spesa un paio di volte, accontentandosi di mangiare il giusto. «Ma quel prestito minimo - spiega l’avvocato Alessandro D’Amato che difende la coppia - si è ben presto trasformato in un vero e proprio incubo. A fronte di prestiti da poche centinaia di euro, la coppia si è trovata in mano agli usurai, che ne hanno chiesti indietro prima seimila euro, poi diecimila».

La mattina del 12 luglio, a bordo di uno scooter, marito e moglie sono passati da via Tripoli quattro volte prima di avere il coraggio di avvicinarsi alla tabaccheria.

Poi l’uomo è sceso dallo scooter, mentre sua moglie lo aspettava fuori. È entrato nella tabaccheria, ha detto al gestore di avere una pistola, indossando ancora il casco, e si è fatto consegnare l’incasso: 180 euro. Poi, una volta in sella allo scooter, per scappare ha imboccato via Fossombroni contromano.

Gli uomini della squadra mobile non hanno impiegato molto a scoprire chi era stato a mettere a segno quella rapina e a settembre, con un mandato di perquisizione firmato dal sostituto procuratore Giuseppe Coniglio, si sono presentati a casa della coppia dove hanno trovato gli abiti utilizzati quella mattina. Abiti che gli agenti avevano visto anche nelle immagini di videosorveglianza di un altro negozio che si affaccia su via Tripoli e che avevano ripreso la marcia dello scooter di quella mattina. Quando l’uomo è stato sentito dal magistrato ha confessato di essere stato lui a mettere a segno quella rapina. Ne ha spiegato anche i motivi, però. E la storia che ha raccontato non è quella di un comune delinquente armato di pistola e pronto a sparare, ma quello di una coppia di genitori preoccupati per i loro figli.

«Nei mesi successivi le indagini sono andate avanti - spiega ancora l’avvocato D’Amatao - e le persone che avevano minacciato la coppia per farsi restituire quelle cifre che erano lievitate a dismisura, sono state arrestate». Per farsi restituire le cifre prestate, sono entrati nell’abitazione della famiglia, portando via un televisore che valeva cinque volte di più. Hanno minacciato di morte la donna, dicendole che se non avesse restituito loro i soldi, che dovevano essere versati in tranche da 300 euro ogni primo del mese, l’avrebbero costretta a prostituirsi. Hanno preso a schiaffi l’uomo davanti alla figlia minorenne, si sono fatti consegnare lo scooter in garanzia. E hanno trasformato la vita dei due in un vero e proprio incubo.

L’uomo, che aveva anche una pistola detenuto regolarmente proprio in virtù del suo ex lavoro di guardia giurata, ha detto ai poliziotti di averla data via. La squadra mobile, infatti, non l’ha ritrovata nell’appartamento della famiglia.

Due giorni fa è stato emesso l’avviso di fine indagine: marito e moglie sono accusati di rapina pluriaggravata in concorso e all’uomo è stata contesta anche la cessione dell’arma.

«Di tutta questa faccenda ne discuteremo in dibattimento - dice l’avvocato D’Amato - perché è davvero una vicenda che ancora oggi presenta alcuni punti tutti da chiarire».

È fuori discussione che il trentaseienne sia l’autore della rapina: lo ha confessato lui alla polizia e lo ha spiegato anche all’avvocato. Ma presentarsi in una tabaccheria alle 8 del mattino, rischiare così tanto per 180 euro, racconta tutto un altro film rispetto a quello che di solito siamo abituati a vedere: quando le rapine le commettono i banditi, quelli che sanno come e quando andare a colpire.

@francegori

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Attenzione

Ritiro urgente nei supermercati Conad di albume d’uovo per rischio salmonella

di Redazione web