Il Tirreno

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«Insindacabile l’autorizzazione paesaggistica»

«Insindacabile l’autorizzazione paesaggistica»

Parla l’avvocato Lucibello difensore di Sforza Cesarini. Pellegrino: «Di Santi? Doveva avere capacità divinatorie»

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MONTE ARGENTARIO. «Ma come avrebbe fatto il dottor Di Santi a prevedere che quattro giorni dopo a Donati sarebbe caduto l'impianto dentario? Si dovrebbe presupporre che abbia capacità divinatorie...». Lo dice l'avvocato Ciro Pellegrino, difensore con Pietro Corsi del dentista argentarino Giuseppe Di Santi, imputato per corruzione nei confronti di Augusto Donati e per falso ideologico nelle richieste rivolte al Comune per le proprie pratiche edilizie, datate nel tempo. Lo dice mettendo in relazione le intercettazioni del 6 e del 10 settembre 2007: nella prima Di Santi chiede a Donati se la Sovrintendenza ha provveduto per quanto di sua competenza e Donati risponde di non saperne nulla. «E si veda che la Sovrintendenza aveva dato il suo parere già nel giugno precedente. Se c'è una cosa che questa intercettazione dimostra è che Donati non sapeva nulla. E il 10 invece sì?». Il 10 i due prendono accordi per il ponte dentario che aveva ceduto, Di Santi invita Donati a venire nel proprio studio: «E nemmeno lo fa pesare, dice che è una cosa da niente. E fatto l'intervento di urgenza, Donati è poi andato dal proprio dentista a Roma». Nessuna corruzione, come nessun falso ideologico nell'istanza rivolta al Comune: «Se Di Santi dice che la domanda è completa di tutta la documentazione e poi questa non lo è, si tratta di un'istanza incompleta caso mai, non di istanza falsa». Pellegrino invita i giudici anche a valutare la differenza tra l'attestazione di compatibilità paesaggistica contestata dal pm e l'attestazione di compatibilità ambientale invece richiesta da Di Santi: «E' una cosa diversa. E i documenti erano del tutto idonei». Se c'è stato qualcosa di anomalo nelle pratiche chieste da Di Santi «è la lentezza, non la velocità». Per tutte le contestazioni, il difensore chiede l'assoluzione perché il fatto non sussiste.

«Ascanio Sforza Cesarini è il committente? Credo che qui l'imputato sia sbagliato», attacca la sua arringa l'avvocato Pier Matteo Lucibello, difensore del nobile romano. Perché Sforza Cesarini era solo socio di una società di capitali al 12 per cento, e non amministratore. E per lui c'era soltanto un compito di rappresentanza, caso mai. L'amministratore di diritto e di fatto era un altro, Lavizzarilo hanno detto i testimoni. Il legale nota comunque che l'autorizzazione è formalmente regolare e che dunque è difficile chiedere la condanna di un privato. Non solo: «Si può contestare il permesso per costruire, non si può sindacare l'autorizzazione paesaggistica di compatibilità, è un atto discrezionale della pubblica amministrazione. Se il giudice lo facesse, sarebbe un'ingerenza». Da queste considerazioni e dalla verifica della mancanza del dolo la richiesta di assoluzione per il duca.

Anche l'avvocato Anna Pinto chiede il proscioglimento per Luca Beretta, uniformandosi alla richiesta già formulata dal pm: è imputato della suddivisione in due unità di un unico complesso immobiliare.

(p.s.)

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