Il dolore
Due calci al pallone tra profughi e paesani, e nasce l'amicizia
Anche questa è integrazione, a Roccastrada appassionanti e divertenti sfide al Chiusone
Protagonisti alcuni ragazzi del paese e gli ospiti del centro di accoglienza di Montini
ROCCASTRADA. Rashid, Demba, Ismail, Bobo, Josha, Momodou, Ousman, la sera, alla pista, giù al Chiusone, sfidano i coetanei a calcetto. Per ora gli africani non hanno mai vinto. Ha vinto, invece, Roccastrada e il suo generoso sforzo di accoglienza.
In paese, da tre settimane, ci sono ospiti 29 ragazzi di quattro diverse nazionalità. Sono profughi che arrivano da Gambia, Ghana, Mali e Nigeria. Tutti di età compresa tra 19 e 25 anni. Vivono nel complesso che i roccastradini conoscono come ‘Casa dell’amore’ - una sorta di borgata, in località Montini, che qualche anno fa doveva ospitare coppie di scambisti provenienti da tutta Italia. Un flop. Funziona meglio invece la gestione dell’ospitalità. La struttura di Roccastrada ha partecipato e vinto un bando della Prefettura di Grosseto e adesso offre rifugio, in modo decoroso, a chi è sfuggito a guerre, persecuzioni, mutilazioni. Il calcio da sempre va oltre le barriere. Unisce le persone e i popoli facendoli sentire più vicini, al di là delle provenienze, delle differenze di pensiero e religione. Un messaggio universale raccolto da un gruppo di amici, in periferia.
La prima partita si è disputata sotto l’acqua (7 contro 7). Unafesta: da un parte i ragazzi di colore, dall’altra gli indigeni, i residenti. Risate, pedate, scivolate e un 12-10 finale (per l’Italia, è chiaro) che ha lasciato spazio a recriminazioni. Si parla in inglese, perché i profughi – a parte “palla” e “ciao” – non sanno una parola della nostra lingua. In campo si alternano con qualche discussione. C’è chi esce mal volentieri, chi viene richiamato dopo due minuti perché prende troppi tunnel, chi si perde in palleggi e non tira mai in porta.
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«Questo incontro – spiega Alessandro Pistolesi, studente universitario a Siena, fino all’anno scorso calciatore nella squadra del paese, uno di quelli che ha approcciato i profughi – ha aperto una breccia. Il calcio, come la musica, è una lingua universale e ha il potere di far cadere le barriere. Diventeremo amici, ne sono certo; questo è il primo passo, un piccolo esempio di convivenza. Ci divertiamo, scherziamo, ridiamo. So che ora giocano spesso».
«Le partite di calcetto di Roccastrada ribattezzate Italia-Africa, sono il miglior spot all’impegno che le istituzioni e le associazioni mettono in campo ogni giorno - commenta Luciano Fedeli, coordinatore dei centri di accoglienza di Ribolla, Roccastrada, Castellaccia e Gerfalco - stiamo organizzando un torneo tra le quattro strutture di accoglienza del territorio e probabilmente ci sarà anche una squadra degli ospitanti, chiamiamola così. Questi ragazzi hanno voglia di fare, di correre, di vivere. Hanno dato la disponibilità a svolgere lavori socialmente utili e il Comune di Roccastrada sta mettendo a punto la formula giusta per impiegarli. Sapevamo delle sfide al parco. Mi fa davvero piacere questo slancio. In altri paesi alcuni ragazzi hanno svolto anche qualche allenamento con le squadre di calcio amatori o Figc».
Ma come è avvenuto l’abbocco? Parla di nuovo Alessandro: «Qualche giorno fa, mentre noi, in pochi e svogliati, si giocava nella pista, vedevamo questi ragazzi palleggiare e correre dietro a un pallone in un'altra parte del parco. Alla fine siamo andati a chiedere se gli andava di fare una partitella. E’ nato tutto così. Poi non avevano scarpe adatte e così ne abbiamo rimediate diverse paia. Ora siamo alla pari anche come materiali».
La prima partita contro Rashid e i suoi amici l’hanno giocata Alessandro, Tommaso (l’autore delle foto), Dzeno, Samuel, Mattia, Anthony, Simone e Lorenzo.
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