Il Tirreno

Grosseto

commento

L'unica cura è riabilitare i luoghi "ex"

Emilio Guariglia

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L’architettura è tutto ciò che non ha a che fare con l’edilizia, ha detto un autorevole architetto. E per comprendere quanto queste parole non siano solo un paradosso basta vivere a Grosseto.

Il centro storico di Grosseto è una metafora dell’Italia intera, un Paese nel quale lo scarto tra la bellezza e il prestigio del patrimonio ereditato e la sua funzione attuale _ lo scarto tra storia e presente _ è drammatico. Gli stessi grossetani, più o meno consapevoli, hanno costruito la toponomastica cittadina sulle identità perdute. I luoghi insomma non sono identificati per ciò che sono (perché di fatto non sono più niente) ma per quello che furono: ex biblioteca, ex ospedale, ex cinema Marraccini, ex convento delle Clarisse... Un elenco dal vago sapor funebre che diventa degno di Spoon River se lo sguardo si allarga al futuro (avremo a breve l’ex Provincia e l’ex carcere?), alle periferie (ex Garibaldi, ex terme di Roselle...) o alle attività produttive (ex Mabro). Addirittura ci sono delle piazze (Indipendenza e Pacciardi) che le persone si ostinano a chiamare con i nomi di un tempo (San Francesco e della Palma), quasi che quei luoghi siano stati piazze solo un tempo, oggi non più.

L’aspetto curioso è che molti di questi luoghi sono stati, e anche di recente, ben restaurati. Edilizia, appunto. Dopodiché sono rimasti lì, occupati _ nei migliori dei casi _ da attività estemporanee. Mai pensati (o meglio ripensati) tutti insieme in un progetto organico al servizio dei cittadini.

Questo avrebbe dovuto essere il compito dell’architettura. A Grosseto invece si è sempre ragionato in termini di edilizia: intanto ristrutturo, riparo, vernicio. Poi si vedrà.

Qualche esempio? L’ex Chelliana, in corso di restauro per la terza volta in dieci anni e mai riaperta; l’arena Cavallerizza, rimessa a posto, usata due stagioni e poi di nuovo terra di nessuno; il bastione Maiano, due ritocchi e spazio ai teppisti che lo rifanno a pezzi. E l’ex ospedale? Intanto si abbatte, poi si vedrà.

Se si realizza un parco d’arte (come in via Einaudi) e poi si lascia lì, l’opera d’arte soddisferà solo i bisogni dei cani. Se c’è un’antica vasca sulle Mura ma nessuno spiega cos’è, prima o poi qualcuno quella vasca la usa a modo suo.
Inutile, sia chiaro, mettersi a fare il gioco delle colpe, peggio ancora se colorate di politica. Piuttosto si pensi all’imminente occasione: nel 2016 si vota il nuovo sindaco e i candidati qualcosa dovranno dire.

E allora su le orecchie, diffidando in particolare da chi prometterà di scacciare i vandali a manganellate senza prima aver spiegato con quale forma di vita li rimpiazzerà.

Ma soprattutto chiedete un progetto che riporti socialità ed economia negli ex luoghi. Non serve ri-costruire, né tantomeno svuotare: per vincere basta abitare.

L'articolo - Vasca romana danneggiata: "E' una morte annunciata"

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