La manifestazione
L’incertezza e l’angoscia di vivere ad Aleppo
Il parroco siriano Fra’ Ibrahim incontra il vescovo Cetoloni e porta la sua sofferta testimonianza
GROSSETO. Tre giornate intense di incontri, a Grosseto, per fra’ Ibrahim Alsabagh, frate francescano originario di Damasco, da cinque mesi parroco della parrocchia di San Francesco ad Aleppo, città della Siria stretta nella mora degli islamisti del califfato che sono arrivati ormai a un centinaio di metri dal convento, contrastati dall’esercito regolare siriano che ancora controlla una parte della città.
Fra’ Ibrahim era stato a Grosseto già cinque mesi fa, prima di partire per la sua missione in Siria. A distanza di cinque mesi, celebrata la Pasqua con la sua comunità e celebrate le prime comunioni, ha deciso di tornare. Ieri mattina, in vescovado, ha incontrato, insieme al vescovo Rodolfo Cetoloni, il sindaco Emilio Bonifazi, una nutrita rappresentanza del consiglio comunale, il prefetto Anna Maria Manzone e il vicario del questore Luisa Cavallo, per raccontare ciò che vive in Siria, e ad Aleppo in particolare.
«Una situazione drammatica – ha detto – quando sono arrivato cinque mesi fa mi sono accorto che l’essenziale non c’è: manca elettricità, manca l’acqua e mancano i generi alimentari i cui prezzi salgono alle stelle». Quel che è peggio, però, è la morte che incombe su ciascuno, indistintamente, attraverso i bombardamenti continui, che stanno prendendo di mira soprattutto i quartieri abitati dai cristiani. «Incertezza, paura, terrore, spavento, sofferenza è ciò che ho visto nella città di Aleppo in cinque mesi. L’ultimo periodo – ha raccontato fra’ Ibrahim – è stato un’escalation di terrore e di ferocia, una crescita della quantità e della qualità delle bombe lanciate sulle abitazioni di gente disarmata, colpite di notte, mentre le persone dormono». In particolare durante la settimana santa degli ortodossi, che viene dopo la Pasqua dei cattolici, «nella notte fra l’11 e il 12 aprile – ha raccontato ancora fra’ Ibrahim – dieci missili sono stati lanciati sulle abitazioni di un quartiere, e hanno lasciato tanti cadaveri e tante persone ferite, tante famiglie nella disperazione che hanno perso tutto». A regnare, in Aleppo, è l'incertezza. La gente vorrebbe scappare, ma non sa dove andare. Se gli islamisti prenderanno tutta la città, che ne sarà di quelle persone? La consapevolezza di un futuro che potrebbe essere di torture e di morte è viva tra i cristiani di Aleppo. Fra’ Ibrahim chiede la vicinanza con la preghiera e, allo stesso tempo, con aiuti concreti, ma chiede soprattutto che l’Occidente prenda una posizione ferma. Le sue parole suonano come un atto di accusa. «Noi, come comunità cristiane di Aleppo – ha detto – siamo senza parole davanti al silenzio dell’Occidente: Come mai questo silenzio? Perché non si riesce a interrompere il flusso delle armi? Perché non si parla più di quello che succede a Aleppo».
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