Il Tirreno

Grosseto

Gorelli, respinti i ricorsi Per lui si apre il carcere

di Pierluigi Sposato

La Cassazione ha confermato la pena di 20 anni inflitta in appello a Firenze Il 23enne di Cerreto Guidi dovrà lasciare i domiciliari nella comunità Exodus

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ROMA. Da oggi, o comunque nei prossimi giorni, Matteo Gorelli dovrà entrare in carcere. È diventata esecutiva la pena di 20 anni per l’omicidio dell'appuntato Antonio Santarelli e per le lesioni gravissime permanenti causate al collega Domenico Marino, per i fatti avvenuti al posto di blocco di San Martino di Manciano il 25 aprile 2011. Lo è diventata dopo la sentenza della prima sezione della Corte di Cassazione che ieri, a tarda sera, ha comunicato la decisione, respingendo i due ricorsi presentati dopo la sentenza di appello. Gorelli dovrà lasciare i domiciliari alla comunità Exodus, dove era stato posto già nel corso del primo processo. Matteo era già stato in carcere, a Grosseto, dal momento dei fatti fino al settembre 2012.

Quella di ieri è stata soprattutto la giornata dell’attesa. Snervante. Per tutti. Perché l’udienza è sì finita alle 12,30 ma la decisione si è fatta attendere fino a tardi, fino quasi alle 22. Due le ore nel corso delle quali si è articolata l’udienza, svoltasi con un relatore diverso da quello indicato inizialmente. Era presente lo stesso Matteo, c’era la madre Irene Sisi, c’era Claudia Francardi vedova Santarelli.

La procura generale aveva chiesto che fossero respinti entrambi i ricorsi presentati, quello della difesa di Gorelli, e quello dell'Avvocatura dello stato. Poi era stata la volta delle parti civili: l'Avvocatura stessa, per i familiari di Santarelli gli avvocati Paolo Bastianini e Stefano Maccioni (questi per l'associazione Vittime del dovere ma anche per il collega Pietro Palozzo che tutela i familiari abruzzesi del carabiniere deceduto un anno dopo il massacro) e infine i difensori di Matteo, Luca Tafi e Lorenzo Zilletti. Entrambi hanno insistito a lungo sul riconoscimento del vizio di mente.

Il procedimento era giunto fino in Cassazione dopo l'impugnazione da parte della difesa di Gorelli. Secondo gli avvocati Tafi, Zilletti e Giambrone, nella sentenza di secondo grado che la Corte di assise di appello di Firenze aveva pronunciato il 25 settembre 2013 non erano stati tenuti nella dovuta considerazione, ai fini del computo della pena, due aspetti: il vizio parziale di mente e le circostanze che avrebbero imposto la valutazione delle attenuanti come prevalenti sulle aggravanti e non come equivalenti. I giudici fiorentini avevano scritto che «Matteo è una persona in difficoltà che vive una condizione di profondo disagio psichico e sociale», facendo riferimento al disturbo border line che pure era stato diagnosticato dallo specialista chiamato dal giudice, e ciò doveva concorrere al riconoscimento delle attenuanti generiche, solo però in regime di equivalenza. Se non un'infermità totale, almeno una parziale, era stata la richiesta della difesa già nel corso del procedimento di primo grado, quello che si era concluso con la condanna all'ergastolo (7 dicembre 2012 per omicidio, tentato omicidio, resistenza, rapina e guida in stato di ebbrezza). I legali sottolineano che il neuropsichiatra nominato dal gup aveva visto il disturbo ma non l'aveva invece legato all'aggressione mortale al posto di blocco (il giudice aveva ritenuto Gorelli pienamente capace di intendere e di volere): non un semplice disturbo della crescita che può capitare a tanti giovani ma un qualcosa che ha portato al rallentamento della crescita. E nel corso del processo di appello era stata rinnovata la richiesta di un abbreviato condizionato a una nuova perizia o comunque a un approfondimento.

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