Il Tirreno

Grosseto

Abiti neri e silenzio per la scuola

Abiti neri e silenzio per la scuola

Riuscito il flash mob di docenti, studenti e genitori sui temi dell’istruzione

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GROSSETO. In circa duecento in rigoroso abito nero e in un silenzioso cerchio simbolico di cinque minuti intervallati da due fischi intorno alla statua di Canapone, scesi in piazza Dante a Grosseto con un lumino in mano a testimoniare l'agonia della scuola statale italiana che da anni, ormai, non dà garanzie ad insegnanti, personale tecnico amministrativo e studenti.

Il gruppo ha manifestato senza fiatare come a simboleggiare il disappunto e la rabbia verso chi di ripresa non ne vuole parlare: lo Stato. Si è svolta così nel tardo pomeriggio di ieri il flash mob sull'onda dello slogan “la scuola statale è un patrimonio nazionale da difendere”. Solo parole scritte ma forti, chiare, comprensibili di una protesta materializzata con fogli e disegni tenuti in mano, di cerini accesi che piano piano si spengevano, davanti a un pubblico passante piuttosto sensibile che si è fermato a comprendere la sofferenza e la volontà di un popolo (non solo insegnanti, erano presenti anche studenti, personale tecnico amministrativo e genitori) vestito di nero, in segno di “lutto” per le sorti a cui la scuola, a loro giudizio, sta andando incontro.

I fogli riportavano i motivi di una situazione ormai satura, con chiari punti sui quali i manifestanti cercheranno (e cercano, da tempo) risposte, attraverso un lungo elenco di “si” e “no”: fra i “si”, rientravano l'assunzione dei docenti precari, il rinnovo del contratto comparto scuola e lo sblocco degli scatti di anzianità, l'equa distribuzione del 5 per mille, graduatorie trasparenti, democrazia partecipata nella scuola e, soprattutto, maggiori risorse da investire nella scuola. Oggetto dei “no”, invece, il riordino degli organi collegiali, l'assunzione diretta del personale, gli sgravi fiscali per le scuole paritarie, ulteriori poteri discrezionali al dirigente scolastico e alla creazione di albi territoriali dei docenti. «Vogliamo - spiegano - che si rispettino i nostri diritti, altrimenti l'agonia della scuola sarà irreversibile».

Stefano Fabbroni

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