Sicurezza
Insegue la sua ex armato di roncola: condannato
Il procedimento avrà uno strascico oltre all'appello: il giudice ha inviato alla Procura le dichiarazioni rese dalla sorella dell'imputato
MONTE AMIATA. Si erano voluti bene. E a lungo, visto che la relazione era durata 12 anni ed erano andati a vivere insieme. Poi però i rapporti si erano deteriorati, anche se entrambi avevano continuato a vivere nella casa di lui. E quella sera - era il 3 gennaio 2012 - lui aveva dato talmente in escandescenze da minacciare lei con una roncola presa dal ripostiglio, inseguendola anche nel cortile della palazzina. Solo quando lei si era chiusa in una stanzina e aveva potuto chiamare i carabinieri, la furia di lui si era placata.
La condanna
Lui, 33 anni, difesa Senatore, è stato condannato a quattro mesi per le minacce roncola in pugno; il giudice Muscogiuri (che pure ha inasprito la richiesta di 3 mesi formulata dal pm onorario Di Guglielmo) ha sospeso la pena a patto che il condannato paghi entro sei mesi dal passaggio in giudicato della sentenza i 4.000 euro di danni che sono stati riconosciuti alla ragazza, costituitasi parte civile con l'avvocato Spinosa (più 3.420 euro per spese). Il processo comunque avrà uno strascico, oltre all'appello difensivo: il giudice ha ordinato la trasmissione degli atti alla Procura per la valutazione dei contenuti delle dichiarazioni rese dalla sorella dell'imputato nel corso del processo.
Il fatto
Il procedimento era partito dalla querela della ragazza, 32 anni (querela poi rimessa limitatamente alle lesioni), che ai carabinieri aveva raccontato quanto avvenuto al suo rientro in casa, quella sera. Aveva spiegato che lui le avrebbe strappato il cellulare di mano (voleva chiamare i carabinieri), le avrebbe sputato, l'avrebbe insultata, l'avrebbe voluta picchiare inseguendola per l'appartamento della palazzina a tre piani (in cui vivono anche i genitori di lui). Finalmente raggiunta in camera da letto, sarebbe stata picchiata: un «pestaggio», scrive il giudice, che comunque era stato giudicato guaribile in cinque giorni dai sanitari del pronto soccorso dove la ragazza era stata in seguito accompagnata da un amico. Sempre lì in camera da letto lui le avrebbe tolto le chiavi dell'auto, per impedirle di allontanarsi. Riuscita a scappare, sarebbe stata inseguita in cortile. E qui lui avrebbe preso dal ripostiglio una roncola (un manico di trenta centimetri con lama metallica a forma di mezzaluna) con la quale avrebbe inseguito anche nel cortile la ragazza. Quest'ultima aveva poi riguadagnato le scale e si era rifugiata in casa: da qui aveva chiamato i carabinieri (intervenuti in borghese poco dopo) mentre lui bussava insistentemente e fragorosamente chiedendo di entrare. I genitori di lui non erano intervenuti quella sera.
Al processo era invece intervenuta la sorella, dichiarando di essere stata presente ai fatti, sminuendoli, con la testimonianza ritenuta sospetta dal giudice («inattendibile» e «in insanabile contrasto con ogni altra risultanza istruttoria del giudizio», «sconclusa e irrimediabilmente inverosimile»). Inverosimile che lei si trovasse a casa dei genitori, nota il giudice, tra l'altro senza auto, e a quell'ora, visto che è residente altrove; inverosimile che abbia sentito solo «un reciproco scambio di insulti» e non anche il trambusto del pestaggio. Non credibile la donna quando dichiara che nessuno poteva aprire il ripostiglio della roncola, perché le chiavi ce l'aveva il padre. Muscogiuri ritiene invece pienamente attendibili le dichiarazioni della parte offesa: sofferte, puntuali, serene e oggettive, confermate da testimonianze e documenti. E da queste considerazioni nasce la condanna dell'uomo armato di roncola.
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